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Enrico Fubini - Musicisti ebrei nel mondo cristiano. La ricerca di una difficile identità - 13/01/2017 -


Enrico Fubini
Musicisti ebrei nel mondo cristiano. La ricerca di una difficile identità
Giuntina, Firenze, pagg.152, euro 12

E' lui il primo, il più grande melomane di tutti i tempi, anzi dell'eternità. «Se mi mancassero i canti non avrei creato il mondo», così afferma il Signore d'Israele, secondo la tradizione rabbinica, tanto forte è il legame che lo unisce alla melodia. Al canto del cosmo, suscitatodalla Sua voce, innalzata sopra il mistero del vuoto e dell'informità primordiali, e al canto che gli uomini intonano quando recitano la Torah. Secondo i maestri ebrei, non c'è Torah senza canto, e anche, ed è legge severa, non ci dovrebbe esser canto al di fuoridellaTorah. La parola sacra va cantillata, sgranata nei suoi tropi musicali, ma è pur sempre la signora assoluta della liturgia. È per questo che il canto in sinagoga, per lunghissimi secoli, è restato squisitamente monodico. Mentre il cristianesimo medievale s'avventura nell'intreccio, splendido e lussureggiante, della polifonia, il giudaismo resta fedele all'antica, scarna austerità della voce solista. Un Dio unico, una voce unica, un solo popolo.

È nel Seicento, nell'Italia tardo-rinascimentale e barocca, che matura il primo tentativo polifonico ebraico. Protagonisti di questa svolta sono Leone Modena, un rabbino colto, inquieto, modernista, e Salomone Rossi, musicista di gran nome. Con i suoi Canti di Salomone , Rossi tenta una nuova strada. Le parole dei Canti, apparsi nel 1623, sono ebraiche mentre la musica è intrecciata cogli stessi fili dell'arte non ebraica. Modena, da parte sua, difende la liceità giuridica dell'esperimento, che vorrebbe riscoprire la bellezza dell'antica musica del Tempio di Gerusalemme, dopo la decadenza dovuta alle difficili condizioni di vita della diaspora. Nel suo bel saggio, Enrico Fubini ricostruisce le fasi di quella che potremmo definire una fuga verso il passato.

Benché la prova voglia essere innovativa, giunge proprio quando i compositori cristiani riscoprono la monodia, come forma espressiva più pura, e si distanziano dalla polifonia, «con una dura polemica, ritenendola ormai superata dai tempi». L'esperimento di Salomone Rossi e Leone Modena, condotto tra Ferrara, Mantova e Venezia, verrà ben presto abbandonato, e si dovrà giungere sino all'Ottocento, all'epoca dell'emancipazione e della Riforma, perché si azzardino rinnovamenti nella liturgia ebraica. Quando il dossier si riapre, il centro della musica ebraica si è però inesorabilmente spostato verso la sfera profana, in ossequio al più generale impulso a integrarsi nella società maggioritaria, a assimilarsi, se necessario attraverso la conversione.

Nella seconda parte del suo libro, Fubini scandisce le tappe di siffatta assimilazione in musica. È una melodia a volte tormentata, anche per i più grandi. Si pensi a Felix Mendelssohn Bartholdy, fatto convertire dal padre al protestantesimo per opportunismo sociale eppure vittima di ripetuti attacchi antisemiti. Eccola, la parola, così poco musicale, che comincia ad affliggere gli artisti ebrei del XIX secolo, sotto l'egida di Richard Wagner, il maggiore, perché così dotato e rappresentativo, dei musicisti-odiatori. Fubini si sofferma sul libello Il giudaismo nella musica , uscito anonimo nel 1850, ripubblicato da Wagner, in forma più ampia e con il proprio nome, nel 1869,e di cui Mimesis ha appena reso disponibile una traduzione italiana commentata. «L'ebreo non ha mai avuto un'arte propria e perciò la sua vita non ha mai posseduto un valore artistico né oggi si potrebbero trovare in lui elementi artistici di umano interesse generale», Wagner dixit. La propaganda e l'autorevolezza del maestro contribuiscono a trasformare l'antisemitismo in un concento dissonante, e a diffonderlo nei salotti e nei teatri tedeschi. L'orchestra scura della persecuzione ha cominciato le proprie prove.

Giulio Busi - Il Sole 24 Ore

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