Riduci       Ingrandisci
Clicca qui per stampare

Varie
17/5/02 Yasser, leader dell’immaginario
Riflessione di Carlo PanellaArafat o non Arafat? Una passione inutile. Il problema sono l’islam radicale e il revanchismo panarabo. Ferocemente antiebraici. L’autore di un atlante della Jihad spiega perché “non possiamo non dirci sionisti”






E se il problema, il vero problema, non fosse Arafat? Se la verità fosse che in Palestina si combatte sempre la stessa guerra, iniziata dagli arabi nel 1947 e mai terminata, una guerra che ha per scopo non la costruzione dello stato Palestinese, ma la distruzione dello Stato di Israele? Se i palestinesi che hanno sul serio creduto alla formula “pace contro territorio” fossero solo una esigua minoranza che riesce ad imporsi solo quando le avventure belliche arabo-palestinesi vengono sconfitte sul campo? Se il problema, il vero problema, la vera disgrazia del popolo palestinese, fosse che tutte le classi dirigenti che ha espresso hanno sviluppato politiche fallimentari? Come è evidente, sono solo domande retoriche.



Cosa insegna la storia

Tracciate una linea che parta dalla leadership del Gran Muftì di Gerusalemme che guidò i palestinesi nella guerra del ‘48 e colleghi tutti gli episodi della storia successiva, al ‘67 di Nasser, sino a tutto il quarantennio di leadership di Arafat. Scoprirete che la prima classe dirigente palestinese si è trasferita con centinaia di uomini, armi e bagagli a Berlino, da Hitler per collaborare alla “soluzione finale”; che il comandante militare delle rivolte degli anni trenta e poi della guerra del ‘48, Qhawuqgi, è stato il responsabile della radio nazista in lingua araba; che centinaia di palestinesi si sono arruolati nella Wehrmacht e che hanno rastrellato partigiani in Yugoslavia. Scoprirete che - inseguito da mandato di cattura yugoslavo come criminale di guerra - il Gran Muftì scatena la guerra del ‘48 assemblando anche tutti i cascami del nazismo sopravvissuti e portando il suo popolo al disastro. Scoprirete che la s econda classe dirigente palestinese, con Shukeiri, fonda una Olp succube dei deliri panarabi nasseriani nel 1964 ed è partecipe della folle avventura egiziana del ’67 che porta alla perdita di Gerusalemme e dei Territori. Scoprirete più golpe di Arafat contro gli arabi di quanti ne ricordiate e che la quarta leadership, quella di Hamas e di Hezbollah è sempre più forte e sempre più fanatica e pericolosa.



Arafat (sempre lui)

Scoprirete, insomma che vi è una duplice continuità cinquantennale: il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi è innanzitutto contrastato dalla strategia dei leaders palestinesi (la prima dirigenza palestinese rifiuta lo Stato arabo di Palestina sancito dall’Onu, errore esiziale). Scoprirete infine che la vera causa prima delle follie delle varie strategie palestinesi è sempre la stessa: la volontà di distruggere Israele. Fa eccezione un’unica svolta, nel ‘93, a Oslo. Ma alla luce dell’oggi è evidente che a determinarla fu solo la mancanza di alternative: Arafat e l’Olp si erano distrutti da soli appoggiando Saddam Hussein. Per questo ebbe un effimero sopravvento la debole ala politica dei pochi palestinesi (Abu Mazen, Abu Ala, Hanane Ashrawi, ala ultra minoritaria dell’Olp) che lavorano per costruire uno Stato, non unicamente per distruggere quello degli ebrei.

Arafat si comprende - con una incredibile linearità - solo con questa chiave interpretativa. Arafat che tenta nel 1970 il golpe in Giordania contro re Hussein e che provoca il Settembre Nero. Arafat che tenta il golpe nel 1980 in Libano e che deve fuggire, scacciato armi alla mano dai libanesi. Arafat che si schiera con Saddam Hussein nel 1990 che simbolicamente manda i missili a gasare gli ebrei di Israele. Arafat che fino al 1986 rifiuta la mozione 242 dell’Onu perché gli dà ragione sui Territori, ma gli impone di riconoscere Israele. Arafat che solo nel 1998 - avete letto bene 1998 - cancella formalmente dallo statuto palestinese l’obiettivo della distruzione dello Stato di Israele. Arafat che nel 2000 rifiuta il 92% dei Territori che gli offre Barak. Arafat che oggi è il leader indiscusso di una Al Fatah, fucina di suicidi-assassini. Arafat che forse altri non è se non un pendolo, un non-leader, un megafono di volontà altrui, un furbesco mediatore dota to di una straordinaria capacità mediatica. Se questo è Arafat, ha senso auspicare il superamento della sua leadership? Forse. Ma forse è del tutto inutile, perché tra i suoi successori prevarrà ancora per molto tempo la linea di Arafat. Inutile, perché oggi gli ulema delle moschee “moderate” di Al Azhar al Cairo, della Mecca e della Medina incitano i fedeli a sterminare gli ebrei - gli ebrei, non i sionisti - e la Pravda del “moderato” governo egiziano, il quotidiano Al Akhbar, rimprovera Hitler «per non aver terminato il lavoro». Il fatto è che l’intera identità arabo islamica è cresciuta e si è sviluppata dal 1918 in poi per negare e per distruggere lo Stato d’Israele. Olp di Arafat inclusa, come da Statuto.



Palestinesi, impegnati a sparare

Il problema vero è che in Palestina si sono saldate due componenti culturali che sono egemoni - non perché maggioritarie numericamente, ma perché ormai determinano gli eventi - nel mondo arabo-islamico. L’islam radicale non può sopportare l’affronto di uno Stato degli Ebrei, perché nega, dentro la Storia, sul teatro di Gerusalemme, la stessa rottura che la profezia di Maometto porta nel continuum giudaico-cristiano. Là dove non agisce l’islam fondamentalista, agisce la frustrazione secolare del nazionalismo arabo: quando fu chiesto a David Lloyd George come mai non aveva consultato i palestinesi prima di impegnarsi con la dichiarazione Balfour del 1917, la sua spiegazione fu netta: «non potevamo, erano troppo impegnati a spararci contro!». Ottima battuta che sintetizza anche la storia successiva: dal 1914 in poi i palestinesi hanno sempre “sparato contro” il campo delle democrazie. Prima hanno combattuto a fianco delle autocrazie turco-prussiane, poi direttamente nel campo del nazismo, poi hanno preso armi contro la decisione dell’Onu di legittimare lo Stato d’Israele, poi hanno giocato nelle infinite guerre interarabe dei regimi dittatoriali arabi, poi a fianco del totalitarismo sovietico e infine del paranazismo iracheno. I sionisti, specularmente, hanno combattuto dalla prima guerra mondiale in poi come parte integrante degli eserciti delle democrazie occidentali. I palestinesi, come gli arabi, non hanno mai combattuto il colonialismo turco e neanche quello anglo-franco-italiano. Solo due soggetti arabi assolutamente minoritari hanno condotto una resistenza vincente, l’una al colonialismo turco (la dinastia hascemita, l’unica a prendere le armi contro i turchi e oggi regnante in Giordania) e l’altra al colonialismo francese (il Destour di Habib Bourghiba in Tunisia). L’Algeria del Fln, naufragata nella guerra civile, fa storia a sé.

Non a caso, queste sono anche le uniche forze politiche arabe non anti-ebraiche, non anti-sioniste. Feisal Al Hashemi (l’amico di Lawrence d’Arabia) accettò sempre la dichiarazione Balfour e concordò con Chaim Weizmann, futuro presidente d’Israele, strategie comuni per la Palestina; suo fratello Abdullah, re di Giordania - il «saggio monarca» lo definiva ben Gurion- fu ucciso nel 1951 da un sicario del Gran Muftì di Gerusalemme, mentre stava trattando una pace duratura con Golda Meier.



“Distruggere Israele”

Il loro nipote, re Hussein di Giordania ha costituito sino al 1988 l’alternativa più seria (con uno stato palestinese confederato al suo regno), alla follia recidiva della strategia dell’Olp. Bourghiba, l’11 marzo del 1965 da Beirut, chiese infatti solennemente a tutti gli Stati arabi di riconoscere lo Stato d’Israele. Se questa straordinaria intuizione fosse stata accettata, la storia del Medio Oriente sarebbe stata un’altra. Ma Bourghiba fu irriso. Il campo arabo era tutto per Nasser, che si preparava «a distruggere Israele». Passati i decenni i rapporti di forza tra i nipoti di Nasser e quelli di Bourghiba sono sempre più a favore del primo, anche nell’Olp. Ma gli epigoni di Nasser oggi sono passati a Khomeini e Bourghiba è morto, senza eredi. Meglio, ha avuto un erede: Anwar el Sadat, che ha fatto la fine che ha fatto, e Arafat non l’ha mai dimenticato.



di Carlo Panella



Tratto dal settimanale Tempi


Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui