martedi` 17 ottobre 2017
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Storia
1938: le mine su cui ha finito per saltare l’Europa, di Luciano Tas - prima puntata

1938: l’invasione tedesca dell’Austria, il diktat di Hitler alla Cecoslovacchia tradita dai suoi  alleati, la “Notte dei Cristalli” che in Germania segna il passaggio tra la politica antiebraica e il genocidio, ecco le mine su cui è saltata l’Europa.

 

Il 1938 è l’anno segnato  in Italia dall’ignominia delle leggi razziali di Mussolini che piombano sul capo dei quarantamila ebrei italiani.

 

Sono molti gli avvenimenti che rendono nefasto questo anno.

 

 

 

 

 

1938, Vittorio Emanuele III non ha ancora finito di sistemarsi sulla testa la corona d'imperatore d'Etiopia che già altri guai si af­facciano sulla scena italiana e su quella europea.

 

Già la guerra contro l'Abissinia non sembra avere portato all'Italia grandi benefici. Anzi. Avevamo già dovuto pagare agli azionisti del Canale di Suez un tanto a soldato, un tanto a fucile e così via: quasi un biglietto turistico per ogni essere umano mandato dall'Italia at­traverso il canale a sbarcare nelle nostre due colonie, l'Eritrea e la Somalia, trampolini indispensabili per la non molto eroica avven­tura africana.

 

Salasso di uomini, di mezzi, di valuta pregiata. In Etiopia non sono morti solo gli abissini. In cambio non c'erano ad aspettarci diamanti e oro, terre vergini da coltivare, petrolio (che c'era invece in Libia e un ingegnere italiano lo aveva fatto sapere nel 1922 con una relazione mandata al ministero dell'Industria e qui di corsa in archivio) o altre ricchezze naturali.

 

Le ricchezze in Etiopia le abbiamo portate noi: strade, attrezzature sanitarie, organizzazione e sudore di nostri poverissimi contadini mandati laggiù a coltivare speranze.

 

1938. L'euforia per il ritorno dell'impero sui colli fatali di Roma è già passata. E' alle spalle anche quel "Faccetta nera sarai italiana" della canzone, perché molti nostri ragazzi, compreso Indro Montanelli, avevano preso sul serio quel "sarai italiana", prima che la "fraternizzazione" diventasse ostica ad un fascismo che voleva fare degli italiani una razza imperiale, dominatrice. E il piglio, come la mascella quadrata, è importante.

 

Alle spalle "Faccetta nera". Ora molti di quelli che un po' volenti e un po' nolenti se n'erano andati a fare una facile guerra in Etiopia, sono impegnati in un'altra guerra, un po' più difficile, quella di Spagna, dove Italia e Germania si premurano di aiutare concreta­mente i rivoltosi di Francisco Franco contro il governo legittimo di Madrid, assai meno aiutato da Francia, Gran Bretagna e Unione Sovietica che accetta volentieri di ospitare tutto l'oro della Banca centrale spagnola, in attesa di tempi migliori. Per la Spagna.

 

Una guerra più difficile e anche più amara perché i nostri "volon­tari" (qualcuno lo è davvero, molti sono dichiarati volontari d'ufficio e sono le disgraziatissime classi del 1913, 14, 15, che porteranno divisa e fucile per molti e molti anni) finiscono per incontrare altri italiani, questi sì volontari sul serio, dall'altra parte della barricata. E prima di spararsi addosso a Guadalajara si scambieranno volantini e messaggi megafonici nella stessa lingua.

 

Incominciano dunque a preoccuparsi gli italiani, specie, è ovvio, quelli che in Spagna hanno qualche loro congiunto a combattere. Si allungano sulle pagine dei giornali, che ancora possono pubblicarle, le liste degli italiani caduti in una guerra che non ci riguarda e che ci dissangua.

 

Ma in questo 1938 le sorti della guerra civile spagnola sono già decise: i combattimenti dureranno fino al marzo del '39, ma presto, settembre '38, le Brigate Internazionali dovranno sgombrare. E come gli "chassepot" di Napoleone III, anche gli Stukas tedeschi "ont fait des merveilles". Ne sa qualcosa Guernica, immortalata poi da Pablo Picasso.

 

Non fosse però per la guerra di Spagna, che tra gli italiani provoca certamente più lutti di quanti ne abbia provocati la guerra d'E­tiopia, la vita da noi sembra continuare più o meno come prima, un po' provinciale, malgrado le velleità imperiali di Mussolini che vor­rebbe gli italiani più duri, meno "borghesi", un po' sonnacchiosa, con l'Opera Nazionale Dopolavoro, i treni popolari, la "Balilla" e soprat­tutto la "Topolino", che esce a 9000 lire - sono gli anni di "se po­tessi avere mille lire al mese" - ma poi a 9000 lire dura poco.

 

Certo, le "inique sanzioni" decretate dalla Società delle Nazioni che ci avevano colpito dopo l'aggressione all'Etiopia (per la verità senza arrecarci troppi danni economici e con qualche vantaggio di politica interna, visto che proprio questi e anche per questo motivo sono gli anni del massimo consenso popolare al fascismo) spingono l'Italia tra le braccia della Germania, che l'aveva sostenuta nell'impresa etiopica.

 

Le sanzioni economiche diffondono nel paese i primi germi di "antioccidentalismo" che andrà trasformandosi anni dopo in antia­mericanismo, visto che saranno gli Stati Uniti i massimi rappresen­tanti di quell'Occidente di cui facciamo parte godendone i benefici e nutrendo un odio gratuito che in questi anni Trenta investe una "demoplutocrazia", presto anche "massonica e giudaica", identificata con Francia e Gran Bretagna.

 

Si parla ora di lotta tra "popoli poveri" (Italia e Germania) contro "popoli ricchi". E dalla Germania mutuamo l'aspirazione ad uno "spazio vitale" che per noi sono Nizza e Savoia, mentre "Tunisi in mano francese è una pistola puntata contro la Sicilia", come dirà un manifesto.

 

Per il momento la lotta alle demoplutocrazie si estrinseca con qualche revi­sione del vocabolario e contro inglesismi e francesismi. Per amore di italianità Wanda Osiris, la "Wandissima", perde la doppia "V" e la "s", diventa Vanda Osiri, mentre Renato Rascel sarà Rascelle.

 

L'Internazionale, la squadra di calcio meglio conosciuta con il più breve "Inter", ha un nome pericoloso e qualcuno può essere tentato di cantare che "l'Internazionale di Lenin vittoria ci darà". Così cam­bia nome e diventa "Ambrosiana", il Milan "Milano" e il Genoa Cricket and Football Association si trasforma semplicemente in "Genova".

 

E siccome il regime trova poco virile darsi del "lei" s'inventa un italianissimo "voi" e persino il settimanale femminile "Lei" è co­stretto a diventare "Annabella".

 

Si tenta di trasformare il bar in un improbabile "quisibeve", men­tre il caffé sta già diventando introvabile. In compenso è attivissima la campagna demografica, perché per Mussolini "il numero è po­tenza" e dobbiamo incrementare gli "otto milioni di baionetta".

 

La propaganda è tutta bellica, ma nessuno ci crede davvero, anche se i gerarchi fascisti devono misurarsi nel salto attraverso il cerchio di fuoco, portandosi dietro le loro pance.

 

I cinematografi continuano però a proiettare film americani e francesi. Quelli tedeschi, che si cerca d'imporre ai distributori, sono in genere noiosi e pesanti (i grandi registi, come Billy Wilder, o i migliori attori e attrici, come Marlène Dietrich, sono emigrati negli Stati Uniti dopo l'avvento di Hitler al potere nel '33) e godono di scarso favore. Si può portare il cavallo all'abbeveratoio, ma non si può costringerlo a bere.

 

Gradite e molto apprezzate anche le canzoni americane, ascoltate (e ballate) quasi clandestinamente, visto che il jazz è in odore di eresia politica.

 

In questo 1938 si proiettano film francesi come "La bella brigata" con Jean Gabin, o americani come "I candelabri dello zar" con William Powell, protagonista della fortunata serie dell'"uomo om­bra", o "Il sigillo segreto" con Barbara Stanwych e Robert Taylor.

 

 

 

11 marzo: Hitler invade l'Austria e Mussolini, che quattro anni prima lo aveva impedito, ora "è contento"

 

L'11 marzo 1938 Hitler invade l'Austria e proclama l'Anschluss, l'annessione. Per la verità le sue truppe sono accolte con maggiore entu­siasmo che ostilità e non ci sono più, come a luglio del 1934 dopo il tentativo di colpo di Stato nazista e l'assassinio del Cancelliere au­striaco Dolfuss, le truppe italiane inviate da Mussolini al Brennero a garantire la sovranità dell'Austria.

 

Ora Mussolini "è contento e dice ad Assia di informare il Fuehrer che l'Italia segue con assoluta calma gli eventi". Così scrive il mini­stro degli Esteri e genero del duce Galeazzo Ciano nel suo famoso Diario. E' la luce verde per Hitler.

 

Sono passati appena quattro anni da quando per la prima volta Hitler e Mussolini si erano incontrati a Venezia e il neo-dittatore tedesco era venuto molto umilmente, in un raffazzonato abito borghese e alla lettera "con il cappello in mano" a rendere maggio al suo mae­stro in dittatura. E Mussolini non aveva perduto l'occasione per far sentire Hitler che era lui, Mussolini, il primogenito e si togliesse dalla testa l'imbianchino viennese di fare quello che gli pareva. Perciò, giù le mani dall'Austria. E Hitler a schiumare di rabbia.

 

E sono passati appena tre anni da quando, nel 1935, un settima­nale satirico, il "420", poteva uscirsene con una serie di vignette antitedesche, sottolineando come a garantire l'integrità dell'Austria vegliavano otto milioni di baionette italiane e fasciste.

 

Ma ora, 17 marzo1938, l'atteggiamento ufficiale italiano è un po' diverso. Il comunicato governativo afferma: "La Germania ha per­fezionato l'unità tedesca nello stesso modo che l'Italia compì la sua propria unità. Lo svolgimento pacifico accentua la legittimità del modo e del fatto di fronte alla storia e lo rende simpatico alla men­talità fascista. Non solo, ma ha saldato e nello stesso tempo collau­dato l'Asse; ha tolto di mezzo un equivoco che da troppo pesava sulla vita europea, senza che lo scioglimento del nodo abbia provo­cato il dramma a lungo temuto...".

 

L'Asse è quella "Roma-Berlino" (a cui più tardi si aggiungerà Tokio) formata dopo la sciagurata avventura etiopica e come "pagamento" da parte italiana dell'appoggio tedesco.

 

Ma nessuno fa caso alla disinvoltura del comunicato e in Svizzera incominciano a preoccuparsi per il Canton Ticino, che è di lingua italiana e perciò potrebbe diventare un altro "equivoco" da togliere di mezzo.

 

 

 

E mentre a Mosca il terzo dei Grandi Processi...

 

Nessuno ci fa caso e la vita continua, mentre da un'altra parte del­l'Europa, a Mosca, si celebra l'ultimo dei grandi processi-farsa inten­tati contro il terzo gruppo di ex dirigenti comunisti invisi a Stalin o che a Stalin avevano fatto ombra, e in primo luogo Bucharin. Tutti finiranno nello stesso modo, condannati e assassinati.

 

Sono gli stessi giorni,  il processo dura dal 2 al 13 marzo 1938, dell'invasione tedesca dell'Austria.

 

 I settimanali dell'epoca, non ancora rotocalchi ma già appassio­nati di vicende private, meno pe­ricolose di quelle pubbliche, pos­sono discettare sulle misure del volto di Robert Taylor, il bellissimo tra  bellissimi attori americani. Poco dopo si spargerà la voce, pro­babilmente nemmeno vera, che Robert Taylor potrebbe essere ebreo e di lui non si parlerà più, come non si parlerà, se non per dirne male, di altri presunti ebrei, come Charlie Chaplin, che non lo è, o addirittura del Presidente americano Franklin Delano Roosevelt: naturalmente non lo è neanche lui.

 

Ora però la domanda che intriga l'Italia sembra essere questa: la bellezza di Robert Taylor è "greca" oppure no? E si contano i centi­metri tra fronte e naso, tra naso e bocca, tra bocca e mento. E così via.

 

Il cinema non conosce ancora le sue periodiche crisi, ma anche il teatro si difende bene in questo 1938.

 

C'è Ermete Zacconi, che alle Arti di Roma propone "Critone e Fedone". E al Quirino, sempre a Roma, debutta la compagnia Ricci-Adani che con "Una donna quasi onesta" si rivolge al pubblico che magari non riesce ad entusiasmarsi per le sorti di Critone e di Fedone.

 

E poi molto si parla del prossimo Giro di Francia, dove corrono le squadre nazionali, quindi non ancora raggruppate per marche e chi sia sia. No, l'Italia veste i suoi colori e a difenderli c'è nientemeno che Gino Bartali, lui, già conosciuto come Ginettaccio.

 

I locali pubblici, gli alberghi, i ristoranti sono affollati, persino le tranquille pensioni famigliari di vacanze che per la verità sono an­cora frequentate da pochi, incominciano a darsi un tocco turistico. Però hanno dovuto in molti affrontare le spese per il cambiamento d'insegna. Via i Beau-site, i Bellevue, i Metropole, diventati Belsito, Bellavista, Metropoli... No, Metropoli no, il regime privilegia la cam­pagna, la vita rurale, le metropoli sono dei popoli ricchi, corrosi dal benessere.

 

E le feste? Niente più "Notte a Montecarlo" o a Bagdad o a Hollywood, ma "Notte a Montegranaro", "Notte a Brusuglio" e così via.

 

 

 

A maggio il Fuehrer viene a Roma e questa volta è accolto trionfalmente: la sua precedente visita in Italia, a Venezia, lo aveva visto con il cappello in mano davanti a Mussolini

 

Digerita l'Austria, Hitler si appresta a tornare in Italia. Questa volta però niente cappello in mano. E' già il Fuehrer di una nazione che ha dato la prova di saper mostrare i muscoli. Una vista che sembra spaventare le grandi democrazie, che sono per ora solo Francia e Gran Bretagna, e mette in allarme anche il misterioso orso sovietico.

 

Mussolini non ci crede ancora (non ha tutti i torti) a questa super­potenza nazista, ma incomincia a nutrire qualche sentimento d'in­vidia per il vi­cino con i baffetti. Soprattutto perché sopra Hitler non c'è nessuno (e quanto a Dio, si sa, Gott mit uns, dice la fibbia dei sol­dati tede­schi), mentre sopra Mussolini c'è il disprezzato "piccolo re".

 

Il quale piccolo re gli fa i dispetti, non avendo potuto o voluto fare altro. Perciò quando Hitler arriva a Roma nel maggio del 1938, è lui, Vittorio Emanuele III, e non Mussolini a sedersi con l'ospite nella macchina che fa compiere a Hitler il primo giro turistico di Roma, alla quale è stata applicata una cosmesi urgente per l'occasione.

 

Mussolini è nell'auto che segue e pensa al giorno in cui si potrà sbarazzare di tutti i Savoia, grandi e piccoli. Quando però questo ac­cadrà non potrà gioirne.

 

Alla vigilia di questa storica visita, si conclude a Roma l'impor­tante torneo di tennis dei Parioli: vincono il doppio Bossi e Levi della Vida. Quest'ultimo, che è ebreo, tra pochi mesi non potrà nemmeno più calcare i campi di gioco.

 

La permanenza di Hitler nella capitale addobbata un po' all'impe­riale tipo Cinecittà, offre al Ministero della Cultura Popolare, detto con qualche ironia vagamente scurrile "Minculpop", l'occasione per ordinare attraverso le sue "veline" ai giornali e alla radio toni, con­tenuti, lunghezze e posizione in pagina degli articoli laudativi della Germania, di Hitler, dell'alleanza tra paesi poveri contro quelli ric­chi, tra regimi sanamente totalitari contro le decadenti democrazie.

 

Si legge così che "Hitler, come il nostro Duce, è di alta statura poli­tica: è un Grande e un Costruttore. La Sua vita, onesta e pura, fu tutta un duro combattimento. Il Suo patriottismo e la Sua fede ("Grande, "Costruttore", "Suo" e "Sua", tutti con la maiuscola iniziale) furono e sono grandissimi. Con mistico fervore e alto senso umani­stico, Adolfo Hitler ha convinto e trascinato alla Sua fede e al più alto grado di passione patriottica tutta la razza tedesca, nei confini e oltre questi. Merito grande che Gli (altra maiuscola) assegna un grandissimo posto nella storia della Germania e del mondo".

 

Come si vede, tutto grande o grandissimo. Grande Hitler, grandis­simi la sua fede e il suo patriottismo, grande il merito e grandissimo il posto nella storia non solo della Germania ma anche di tutto il mondo.

 

Ma l'apice è raggiunto con quell'"alto senso umanistico"...

 

L’erede di Giuseppe Gioachino Belli, il poeta romanesco Carlo Alberto Salustri, Trilussa, non lo vede così. Per lui, e profeticamente, “Roma de travertino/ rifatta de cartone/ saluta l‘imbianchino/ suo prossimo padrone

 

Di fronte al fervore dell'accoglienza e l'ampio uso di cartonaggi, appaiono pallide le notizie di una guerra che si combatte molto lontano da noi, quella che i giapponesi conducono in Cina. E avan­zano, avanzano sempre, questi piccoli giapponesi, ariani ad honorem che portano in Cina la civiltà dell'Asse di cui stanno per far parte.

 

Di come viene condotta questa guerra, delle stragi perpetrate dalle truppe imperiali contro le popolazioni civili, non si parla af­fatto. E bisognerà aspettare più di sessant'anni da questo 1938 per sentire dal Giappone parole di scusa, richieste di perdono.

 

Ma la Cina è lontana, buona tutt'al più per farcene vedere l'im­magine secondo Frank Capra ne  "L'amaro tè del generale Yen", op­pure per proporci un investigatore cinese interpretato da Warner Oland, un attore svedese emigrato negli Stati Uniti e diretto nei suoi due migliori film da Josef von Sternberg, il grande regista austriaco.

 

Meglio dunque occuparsi di avvenimenti mondani, come il matri­monio di re Zogu I d'Albania (ex ufficiale austriaco nella prima guerra mondiale e autoproclamatosi re) che avendo instaurato un regime autoritario e manifestato vive simpatie per il fascismo è così caro al cuore di Roma da far partecipare alla cerimonia nuziale il nostro ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano.

 

Al ricevimento grandi discorsi che ribadiscono una mai esistita "tradizionale amicizia" italo-albanese, un'amicizia che appena un anno dopo diventerà così stretta da far aggiungere al capo già in­gombro di Vittorio Emanuele III un'altra corona, strappandola da quello di Zogu primo e ultimo.

 

Con l'arrivo di Hitler a Roma però è tutto dimenticato e tutta l'at­tenzione è concentrata sull'evento.

 

Roma per l'occasione non si rifà solo il trucco, ma per ordine su­periore non si dovrà più chiamare Roma ma "l'Urbe", una parola meno pacioccona di Roma, più dura, davvero imperiale. E di Roma imperiale, quella che resta tuttavia la Rometta cara al cuore dei ro­mani ruspanti, ha indossato la corazza. Ma è una corazza di latta.

 

Se Roma diventa l'Urbe, Hitler, sempre per disposizioni del Minculpop, non è solo un ospite, e sia pure "l'Ospite" con la "O" maiuscola. "Egli - scrive un quotidiano nazionale - è più che un ospite, è il grande Camerata (con la "C" maiuscola). Come tale l'Italia fascista lo accoglie col più fiero saluto romano".

 

E oltre al saluto romano viene imposto anche il "passo romano", il passo militare di parata appena poco prima chiamato "passo del­l'oca" per quell'innaturale sbatacchiamento della gamba irrigidita, alzata ad angolo retto. Ma non era (non è) il passo adottato dai na­zisti?  Niente affatto. Il fascismo non copia da nessuno. Chi lo affer­masse, o solo lo insinuasse, sarebbe un sovversivo e il confino - istituzione davvero fascista di cui il regime modestamente non mena però vanto - non glielo toglierebbe nessuno.
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