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La minaccia arriva dal nord: Hezbollah ai confini d'Israele con le armi dell'Iran (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello)
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Parla Bassem Eid, attivista palestinese per i diritti umani, quelli veri (sottotitoli italiani a cura di Giorgio Pavoncello - per chi ha difficoltà di lettura dei sottotitoli, cliccare su Youtube in basso a destra)
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La Repubblica - Il Fatto Quotidiano - Il Manifesto Rassegna Stampa
17.02.2017 Trump/Israele: i commenti di chi disinforma:
L'ayatollah Roberto Toscano, Roberta Zunini, Michele Giorgio intervista Dror Ektes di Shalom Achshav

Testata:La Repubblica - Il Fatto Quotidiano - Il Manifesto
Autore: Roberto Toscano - Roberta Zunini - Michele Giorgio
Titolo: «Israele e lo (strano) amico americano - Israele, il 'pendolo' Trump fa infuriare il Medio Oriente - 'Con l'aiuto Usa, Netanyahu potrà camuffare l'apartheid'»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 17/02/2017, a pag. 41, con il titolo "Israele e lo (strano) amico americano", il commento di Roberto Toscano; dal FATTO QUOTIDIANO, a pag. 14, con il titolo "Israele, il 'pendolo' Trump fa infuriare il Medio Oriente", il commento di Roberta Zunini; dal MANIFESTO, a pag. 9, con il titolo 'Con l'aiuto Usa, Netanyahu potrà camuffare l'apartheid', l'intervista di Michele Giorgio a Dror Ektes, portavoce di Peace Now/Shalom Achshav.

Ecco gli articoli:

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Donald Trump

LA REPUBBLICA - Roberto Toscano: "Israele e lo (strano) amico americano"

Roberto Toscano descrive Trump come "un destabilizzatore", ma non spiega il motivo di questa sua considerazione personale. Non sarà che il semplice appoggio di Trump al governo israeliano e la considerazione del terrorismo palestinese per quello che è siano i motivi che spingono l'ayatollah Toscano a questa definizione? Le difese dell'Iran da parte di Toscano sono perlomeno inquietanti, soprattutto se ricordiamo il suo essere stato ambasciatore a Teheran.

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Roberto Toscano

IL “Donald Trump reality show” continua, e gli spettatori non possono di certo lamentare la mancanza di sorprese. Due giorni fa è stata la volta della visita a Washington di Netanyahu, iniziata con una conferenza stampa veramente bizzarra, e non solo perché si è tenuta prima e non dopo i colloqui. Gli organi di informazione di tutto il mondo hanno colto quello che senza dubbio era l’elemento di più clamorosa novità: l’abbandono da parte del presidente americano (espresso in chiave di agnosticismo: uno o due Stati «per me pari sono ») della linea dei due Stati come soluzione della questione israelo-palestinese. Una linea costantemente sostenuta da Washington sia sotto amministrazioni repubblicane che democratiche, e che — come ha subito ricordato il Segretario generale Guterres, l’Onu considera l’unica da perseguire.

Breaking news, senza dubbio. Ma chi ha seguito in televisione la conferenza stampa non poteva se non restare allibito per la totale incongruenza fra il significato della svolta, con le sue imprevedibili ma certo inquietanti ripercussioni, e il tono tra il leggero e il casuale di Trump. La risatina con cui Netanyahu ha reagito a quelle parole non è del tutto facile da interpretare, ma non è da escludere che sia stato il prodotto di una certa sorpresa per non dire imbarazzo. Netanyahu infatti, consapevole che si tratterebbe di un passo dirompente, ha ripetutamente espresso scetticismo e riserve nei confronti della possibilità di uno Stato palestinese, ma ha sempre resistito alle pressioni in favore dell’esplicito rigetto dell’ipotesi di un futuro Stato palestinese da parte delle componenti più oltranziste della coalizione che lo sostiene. Non è da escludere che dietro il suo ostentato entusiasmo per l’arrivo di un caloroso amico alla Casa Bianca si nasconda una qualche preoccupazione sulla conduzione del tutto estemporanea e impreparata della politica estera da parte di Donald Trump.

Un amico, fra l’altro, che prima esprime appoggio all’ampliamento dei settlement e promette il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, poi — nella stessa conferenza stampa — esorta Netanyahu a rallentare l’espansione delle colonie e lascia vago quando disporrà il trasferimento dell’ambasciata. Un amico piuttosto problematico, insomma, un sistematico destabilizzatore capace di mettere in movimento, con la sua improvvisazione e la sua incoerenza, dinamiche incontrollabili. Per quanto riguarda il disegno dei due Stati, è vero che esso è rimasto vivo soltanto in astratto, anzi nella retorica. In Israele infatti hanno da tempo prevalso le forze che si oppongono all’abbandono dei territori occupati (un abbandono reso in ogni caso difficilmente realizzabile dalla presenza di 400 mila coloni israeliani), mentre la leadership palestinese è divisa fra moderati che hanno perso popolarità e credibilità e radicali che negano il diritto all’esistenza di Israele e credono di poter portare avanti il disegno della creazione di uno Stato palestinese con la guerriglia e il terrorismo. Il problema, come sempre in politica, risiede però nelle alternative.

Se stiliamo il certificato di morte dell’idea di uno Stato palestinese, a cosa andiamo incontro? Quali sono le alternative? Nessuno crede davvero all’accenno di Trump a un « global deal », una trattativa complessiva in cui svolgerebbero un ruolo i Paesi arabi. Fra l’altro la proposta araba esiste fin dal 2002 (Stato palestinese contro riconoscimento di Israele), ma non sembra che in Israele — né allora né oggi — esista la possibilità che essa venga presa come punto di partenza per una trattativa. E allora? Qualcuno non manca di idee. Mercoledì il New York Times ha pubblicato un lungo intervento di Yishai Fleisher, portavoce del settlement di Hebron.

Per la soluzione della questione, scrive, esistono varie opzioni, e le elenca: 1. Annessione della Cisgiordania, i cui abitanti verrebbero però considerati cittadini della Giordania; 2. Annessione del 60 per cento dei territori occupati — quelli a più alta presenza di settlement — con la concessione di uno status di autonomia (ma non indipendenza) al resto dei territori; 3. Annessione dei territori occupati con l’eccezione di sette emirati (sic) palestinesi in corrispondenza con i principali centri abitati; 4. Annessione pura e semplice di tutti i territori; 5. Invito ai palestinesi ad emigrare volontariamente con “generosi incentivi”.

Si tratta di proposte veramente indecenti, a parte quella di uno Stato unico e democratico, che fra l’altro coincide con il punto di vista di numerosi democratici e pacifisti ebrei sia israeliani che americani e anche di qualche palestinese della diaspora. Qui sorge però un problema che appare irrisolvibile: il sionismo non ha aspirato semplicemente alla costituzione di uno Stato dove gli ebrei potessero trovare rifugio e sicurezza, ma di uno Stato ebraico. Ma se i palestinesi diventassero tutti cittadini di Israele lo Stato sarebbe anche loro, e la cittadinanza, una cittadinanza a pieno titolo, non potrebbe essere legata a una religione. A meno di non volere immaginare una sistematica apartheid o una pulizia etnica dei palestinesi, abbandonare l’idea di uno Stato palestinese vorrebbe dire avviarsi verso la fine di uno Stato ebraico. Nel frattempo si è aggiunto un altro elemento alla confusione che caratterizza l’esordio dell’amministrazione Trump, la rappresentante degli Stati Uniti all’Onu ha detto: «Supportiamo la soluzione dei due Stati». Forse sarebbe troppo chiedere a Trump di riflettere dopo essersi informato a fondo: non è il suo stile.

IL FATTO QUOTIDIANO - Roberta Zunini: "Israele, il 'pendolo' Trump fa infuriare il Medio Oriente"

Roberta Zunini si spinge oltre, scrivendo di "Hassan Nasrallah, leader del partito sciita libanese Hezbollah". Per Zunini, dunque, il movimento terrorista libanese sciita di Hezbollah è un "partito". Peccato dimentichi di scrivere qualcosa delle attività di questo "partito": diffusione di odio e antisemitismo, indottrinamento, imposizione della legge del Corano, guerra senza fine a Israele e agli ebrei in generale, preparazione di un arsenale per scatenare una nuova offensiva, sempre seguendo le direttive di Teheran da cui dipende. Zunini esperta, sì, nel diffondere disinformazione.

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Roberta Zunini

La politica estera del presidente Trump sembra seguire il movimento del pendolo: dopo aver irritato, per usare un eufemismo, il mondo arabo e non solo in seguito alle dichiarazioni sulla questione Israelo-palestinese durante l'incontro di due giorni fa con il premier israeliano Bibi Netanyahu alla Casa Bianca, da ieri Trump pare stia valutando di organizzare un summit di leader arabi a Washington per discutere della stabilità nella regione, ora ancora più in pericolo proprio a causa del suo sonoro schiaffo, sempre per usare un eufemismo, all'Autorità nazionale palestinese. Lo riporta il quotidiano panarabo Al Hayat, citando "fonti affidabili", secondo quanto rilanciato da Times of Israel.

Nel faccia a faccia con Netanyahu, il neo-presidente aveva dichiarato che non ha importanza se si farà la pace fra israeliani e palestinesi con "uno o due Stati", purché le parti siano d'accordo. Ma anche i bambini sanno che, a questo punto, i palestinesi con i propri alleati arabi, turchi e persiani - seppur da sempre ambigui e tutt'altro che genuini e sinceri nei confronti della loro causa - non accetteranno mai una soluzione diversa dai "due Stati". Ne è un esempio la reazione di Hassan Nasrallah, leader del partito sciita libanese Hezbollah, nonché alleato del dittatore siriano Assad e longa manus dell'Iran arcinemico di Israele. Nasrallah in tv ha detto: "Dell'incontro Netanyahu-Trump, non esagero se dico che è l'annuncio ufficiale della morte del processo di negoziazione". Trump - che ieri ha annunciato per la prossima settimana un nuovo decreto sull'immigrazione - aveva sottolineato che il principio dei "due Stati non è l'unica opzione per la soluzione del conflitto israelo-palestinese", negando uno dei pilastri della politica americana degli ultimi decenni.

SE LA REAZIONE DI NASRALLAH a molti appare scontata, la visione comune del mondo islamico arabo l'ha esplicitata il segretario generale della Lega Araba, Aboul Gheit: "La soluzione due Stati per due popoli' è l'unica possibileperrisolvere il conflitto israelo-palestinese". Al termine di un incontro al Cairo con il segretario generale Onu Antonio Gu-terres, Gheit ha sostenuto che la soluzione al conflitto deve essere "globale, basata sui due Stati e sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente nei confini del 1967 e con capitale Gerusalemme". Intanto prosegue dentro i confini statunitensi il braccio di ferro tra Trump e i servizi segreti. Secondo il Wall Street Journal, le agenzie di intelligence americane non rivelano al presidente diverse informazioni sensibili temendo fughe di notizie o una loro compro-missione. Le fonti che hanno passato la notizia hanno aggiunto che la mancanza di comunicazione rivela la scarsa fiducia fra l'intelligence e Trump.

IL MANIFESTO - Michele Giorgio: 'Con l'aiuto Usa, Netanyahu potrà camuffare l'apartheid'

Michele Giorgio intervista Dror Ektes, portavoce di Peace Now/Shalom Achshav, che paventa il rischio, per Israele, di un regime di "apartheid". Entrambi tralasciano completamente la vitale e ricca dimensione della società israeliana, in cui tutti i cittadini hanno pari diritti, a prescindere dalle convinzioni politiche e religiose, dall'origine etnica, dai riferimenti culturali.

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Michele Giorgio


Dror Ektes, portavoce di Peace Now/Shalom Achshav

Il dopo Trump-Netanyahu alla Casa bianca è segnato dalle reazioni alle dichiarazioni fatte in conferenza stampa dal presidente americano e dal premier israeliano su punti centrali come la soluzione dei Due Stati (messa nel congelatore ma invocata anche ieri da Nazioni Unite e Lega araba), le colonie ebraiche, il ruolo dei Paesi arabi in un ipotetico negoziato israelo-palestinese. Trump, secondo indiscrezioni, vorrebbe convocare a breve un summit con i leader arabi alleati degli Stati Uniti. Di questi temi abbiamo parlato con l'analista Dror Ektes, esperto di colonizzazione ebraica in Cisgiordania e a Gerusalemme est e delle politiche israeliane nei Territori occupati.

Trump e Netanyahu hanno silurato la soluzione dei Due Stati aprendo una opportunità all'idea di uno Stato unico, per ebrei e palestinesi, con eguali diritti? Non correrei troppo. E comunque non hanno detto la stessa cosa. Trump è un personaggio imprevedibile che dice cose di cui, a mio avviso, forse non sa nulla o molto poco. Ha detto che gli va bene tutto, uno Stato, due Stati, un'altra soluzione. Temo però che non si riferisse allo Stato unico democratico che auspicano sempre più palestinesi e qualche israeliano. Trump ha semplicemente lasciato intendere che gli andrà bene qualsiasi risultato di una trattativa israelo-palestinese, che dovrà essere favorevole a Israele prima di tutto. Netanyahu invece non ha fatto alcun accenno alla soluzione di uno Stato e ha sorvolato su quella a Due Stati. Come sempre ha manovrato, provando a dire tutto e niente nello stesso momento. Non vuole fermare la colonizzazione e non lo farà nonostante l'invito di Trump a contenerla, non sostiene e allo stesso tempo non boccia la formula dei Due Stati per evitare che la comunità internazionale non lo accusi di aver già messo in piedi un sistema di apartheid. L'unica cosa certa è che Trump e Netanyahu non hanno parlato nell'interesse dei palestinesi e dei loro diritti.

Esistono le condizioni per mettere sul tavolo la soluzione dello Stato unico? Non dobbiamo illuderci, rimaniamo con i piedi per terra. Certo, la discussione è aperta. Questa soluzione è ritenuta da tanti l'unica strada che può evitare l'instaurazione di un'apartheid a danno del popolo palestinese. Tuttavia non credo che Netanyahu sia così ingenuo da aprire le porte a un'evoluzione contraria ai sui piani. A mio avviso la conferenza stampa alla Casa bianca ha detto più di ogni altra cosa che Netanyahu conta con l'aiuto Usa di alzare una cortina fumogena che nasconda le politiche che il suo governo attuerà nei prossimi mesi ed anni. A cominciare dalla colonizzazione, che osservo da anni. Il proseguimento delle costruzioni negli insediamenti ebraici è essenziale per realizzare il piano di dispossessamento dei palestinesi e per completare l'istituzione di un sistema di apartheid. Netanyahu, con la copertura di Trump, non muoverà un dito perché lasciando inalterata la situazione politica e diplomatica attuale comunque farà gli interessi di Israele.

La soluzione dei Due Stati è davvero parte del passato dopo l'incontro Trump-Netanyahu? A sorpresa (ieri) David Friedman, il nuovo ambasciatore Usa in Israele, si è proclamato a favore dei Due Stati. Netanyahu ha fatto il possibile per ucciderla e ha raggiunto il suo obiettivo. Allo stesso tempo sa che non può dichiararla morta, perché più parti internazionali continuano ad invocarla, in particolare Stati Uniti e Europa. Netanyahu gioca con abilità la sua partita e se necessario, per gli interessi della destra israeliana, non esiterà a riportare in superficie persino l'idea di uno Stato palestinese. Perché, in ogni caso, sarà uno Stato-fantoccio, senza sovranità, con un territorio non omogeneo, che però tutti chiameranno Stato di Palestina. La soluzione dei Due Stati potrà rivivere solo grazie a un deciso intervento della comunità internazionale e se Usa, Ue e Onu imporranno a Israele il rispetto della legalità internazionale e il ritiro dai territori occupati. Io queste condizioni al momento non le vedo.

II premier israeliano e il presidente americano intendono coinvolgere, in ipotetiche trattative, i leader arabi. Si torna all'opzione giordana? È una sciocchezza. Nessuno è così ingenuo da credere che i paesi arabi, anche quelli che si sono avvicinati a Israele, riconosceranno un'occupazione mascherata e faranno i passi che i palestinesi non intendono muovere. E anche se lo facessero, i palestinesi non accetteranno decisioni che negano i loro diritti su questa terra.

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