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Il Foglio Rassegna Stampa
17.03.2017 Turchia: il dominio della cultura della delazione orwelliana
Analisi di Eugenio Cau

Testata: Il Foglio
Data: 17 marzo 2017
Pagina: 3
Autore: Eugenio Cau
Titolo: «Quanto è profonda ora la cultura della delazione in Turchia»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 17/03/2017, a pag. 3, con il titolo "Quanto è profonda ora la cultura della delazione in Turchia", l'analisi di Eugenio Cau.

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Eugenio Cau

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Il "Grande fratello" Erdogan ti sta guardando

Roma. Il risultato delle elezioni olandesi è forse il voto in un paese estero più commentato di sempre in Turchia. Basta scorrere i media turchi in lingua inglese per leggere che il presidente Recep Tayyip Erdogan ha detto che Amsterdam ha “perso un amico come la Turchia”, il primo ministro Binali Yildirim ha dichiarato che la Turchia è stata un elemento fondamentale nelle elezioni olandesi e “l’Euro - pa fa la sua politica in accordo con la Turchia”, il ministro degli Esteri ha avvertito che ci saranno presto delle “guerre sante” in un’Europa che ormai è al “collasso”. Perfino la ministra della Famiglia ha accusato in sede Onu i Paesi Bassi di “viola - re la libertà in maniera selvaggia”. La macchina della comunicazione governativa in Turchia è ormai un unico grande orologio che si muove all’unisono, reso più preciso e sincronico da quasi un anno di purghe contro i giornalisti, testate chiuse, oppositori politici arrestati, media ridotti all’obbedienza. I tratti paranoici della personalità di Erdogan sono stati accentuati dal fallito colpo di stato del luglio dell’anno scorso, e il referendum costituzionale previsto per il prossimo 16 aprile, che corona il sogno politico di Erdogan e se approvato darà al presidente poteri esecutivi, ha irreggimentato ulteriormente il panorama politico.

Polemiche come quella recente contro l’Olanda e la Germania per la cancellazione di eventi referendari a cui avrebbero dovuto partecipare alte personalità del governo turco stanno disintegrando i rapporti tra Ankara e i suoi vicini d’Europa, di cui Erdogan ha detto – era ieri sulla prima pagina di Hurriyet – che “affogherà nelle sue paure”. Ma anni di repressione e di promozione del culto della personalità di Erdogan, prima più sommesso e ora scoperto, hanno sfilacciato anche la società civile della Turchia. Intorno alla figura di Erdogan non si distruggono solo i rapporti diplomatici, ma anche quelli all’in - terno delle famiglie, delle coppie. In un lungo pezzo pubblicato ieri, il Financial Times racconta per esempio la storia di Bilgin Ciftci, medico in un ospedale della cittadina di Aydin che è stato licenziato e ha subìto un’ordalia processuale con l’ac - cusa – penale, in Turchia – di oltraggio al presidente. Ciftci aveva condiviso su Facebook un meme satirico in cui si vedeva Erdogan accostato a un personaggio deforme del “Signore degli Anelli”. Il problema, ha scoperto successivamente il medico, è che l’immagine postata era arrivata alla polizia non per caso, ma perché uno dei suoi amici ne aveva fatto uno screenshot e l’aveva inviato ai gendarmi.

Racconta il Financial Times che la delazione filo Erdogan, in Turchia, è ormai un fenomeno comune su cui escono notizie tutte le settimane. A Smirne un quarantenne ha filmato sua moglie mentre parlava male di Erdogan mentre guardava la tv alla sera e ha mandato il filmato agli inquirenti. La moglie ha chiesto il divorzio. Ad Ankara una giovane guardia di museo è stata denunciata dai colleghi e licenziata perché ateo e anarchico. Le accuse di “gulenismo” (fa Fethullah Gülen, il chierico residente in America e accusato di essere il mandante del fallito golpe di luglio) sono ormai un modo consolidato per mostrare fedeltà al governo e, magari, per liberarsi di una persona sgradita – come è successo a una ragazza che a dicembre si è vista denunciare come gulenista da uno spasimante respinto. Dal golpe, il governo ha istituito delle hotline per denunciare golpisti e traditori della patria, e le linee della polizia sono state prese d’assalto – in gran parte con chiamate senza fondamento, ma il fenomeno è significativo. Fin dai tempi delle dittature dei militari nel Novecento, spiega il Financial Times, in Turchia è sempre esistito un senso della delazione contro il traditore della nazione.

Ma la retorica del presidente Erdogan, fondata sulla contrapposizione del noi-controloro, non ha fatto che peggiorare le cose. Ogni grande obiettivo polemico del leader turco ricalca lo stesso modello: che si tratti dei gulenisti domestici, dei ragazzi di piazza Taksim, dei giornalisti o dei “na - zisti” nei Paesi Bassi, c’è sempre un nemico interno o esterno che vuole esautorare la Turchia e il suo popolo dal ruolo che spetta loro di diritto – e che va distrutto, insultato, denunciato. E’ il perfetto manuale dell’autocrate, che sta avendo effetti terribili sulla società turca, un tempo liberale.

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