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La Stampa Rassegna Stampa
17.02.2017 Cosa cambia per Israele dopo l'incontro Trump-Netanyahu
Commenti di Giordano Stabile, Paolo Mastrolilli

Testata: La Stampa
Data: 17 febbraio 2017
Pagina: 13
Autore: Giordano Stabile - Paolo Mastrolilli
Titolo: «La richiesta di Netanyahu a Trump: sovranità israeliana sul Golan - 'L'America sostiene i due Stati'»

Riprendiamo dala STAMPA di oggi, 17/02/2017, a pag. 13, con il titolo "La richiesta di Netanyahu a Trump: sovranità israeliana sul Golan", il commento di Giordano Stabile; con il titolo 'L'America sostiene i due Stati', il commento di Paolo Mastrolilli.

A destra: l'incontro tra Netanyahu e Trump

Ecco gli articoli:

Giordano Stabile : "La richiesta di Netanyahu a Trump: sovranità israeliana sul Golan"

L'esercito "che sta di sopra" - come scrive Stabile-  quando era quello siriano bombardava i civili  israliani " che stavano nella valle in basso", non averlo ricordato priva i lettori di una informazione senza la quale non è possibile capire perchè le alture del Golan sono state annesse a Israele.

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Giordano Stabile

C’è una parola che non è stata pronunciata nella conferenza stampa alla Casa Bianca di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ma ha tenuto banco nell’incontro fra i due leader. Golan. Il campo di battaglia nelle guerre arabo-israeliane dove per decenni si sono confrontati Israele e Siria. Occupato nel 1967, annesso nel 1980, rimasto «congelato» fino al deflagrare della guerra civile siriana. Netanyahu ha chiesto a Trump di riconoscere l’annessione israeliana. Una richiesta impegnativa, un passo difficile, molto di più dell’eventuale spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme o del riconoscimento degli insediamenti. Ma, per Israele, più importante, e che mira agli equilibri futuri in Medio Oriente.

Le Alture del Golan sono uno spartiacque strategico. L’esercito che ci sta in cima può scendere da un lato fino a Damasco, senza ostacoli. O dilagare verso il Lago Tiberiade e il cuore di Israele, dall’altro. Dal 1974 una missione Onu di osservatori faceva da cuscinetto fra israeliani e siriani. Fino all’agosto del 2014, quando 45 Caschi Blu delle Fiji vengono sequestrati dai combattenti di Al-Nusra, l’Al-Qaeda siriana. La missione Onu di fatto finisce lì e l’esercito israeliano si trova su una frontiera contesa fra ribelli moderati, jihadisti, alleati dell’Isis, unità regolari siriane e Hezbollah libanesi. Il Golan si ritrova al centro del dispositivo di sicurezza di Israele.

Per questo Netanyahu ha insistito con Trump. Ha spiegato, secondo fonti israeliane, che l’annessione delle Alture è irrinunciabile, mentre in Cisgiordania non avrebbe senso «annettersi due milioni di palestinesi». Ma il premier ha anche «suggerito» al presidente un secondo passo. Applicare l’idea di John McCain sulle «no-fly-zone» al Sud della Siria al cosiddetto «triangolo druso» alle frontiere con Israele e la Giordania. La politica dell’Amministrazione Usa sulla Siria è in via di ridefinizione. McCain è un anti-russo e Trump vorrebbe tentare una collaborazione con Putin contro l’Isis sul territorio siriano. Ma le cose evolvono rapidamente e ci potrebbe essere spazio per una soluzione molto gradita a Israele. Un «zona-cuscinetto» che tenga fuori sia i gruppi ribelli islamisti sia Hezbollah.

Israele ci sta lavorando dal 2014. Dopo la cacciata dell’Onu i ribelli stavano dilagando. Solo l’intervento di Hezbollah li ha contenuti. I miliziani libanesi hanno ripreso la città strategica di Quneitra e impiantato lì il loro quartier generale. Il fronte è fluido, i villaggi passano di mano in mano, anche perché i ribelli sono molto divisi.

L’esercito israeliano osserva, a parte qualche raid contro postazioni dell’Isis e sui convogli diretti a Hezbollah. Punta sulla carta dell’aiuto umanitario per far breccia nella popolazione. I feriti, sia civili sia combattenti ribelli, vengono fatti passare al confine e curati negli ospedali israeliani. Almeno tremila in tre anni. Per ragioni umanitarie non si fanno distinzioni, e anche quelli di Al-Nusra vengono soccorsi. Ma i militari sottolineano le tante vite salvate. Compresa una bambina di 5 anni, che aveva bisogno di un urgente trapianto di midollo, curata in un centro specializzato di Haifa.

Nei villaggi in mano ai ribelli manca tutto. Non c’è elettricità. I generatori, senza gasolio, sono fermi. L’inverno è rigido, le notti si va sempre sotto zero. L’esercito israeliano ha creato un’unità specializzata nell’assistenza ai civili. I militari notano che non ci sono più alberi, i contadini li hanno tagliati per scaldarsi con la legna. Fanno arrivare cibo, medicinali, vestiti pesanti e «18 tonnellate» di coperte. Una politica che comincia a far breccia soprattutto fra i drusi. Nei villaggi del Golan occupato, i ritratti di Assad cominciano a scomparire dai ristoranti. A Buqata compare la bandiera israeliana su una scuola ricostruita. I rapporti con i drusi, la comunità araba che meglio si è integrata in Israele, servono anche a estendere l’influenza più in là. Se davvero nasceranno le «zone cuscinetto» in Siria, sul modello di quella che la Turchia si è presa nel Nord, Israele giocherà la carta drusa per tenere lontani dal Golan i suoi due avversari arabi storicamente più temibili, la Siria ed Hezbollah.

Paolo Mastrolilli: 'L'America sostiene i due Stati'

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Paolo Mastrolilli

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Nikki Haley, ambasciatrice Usa all'Onu

«Gli Usa sostengono ancora la soluzione dei due stati per il negoziato tra israeliani e palestinesi. Stiamo solo cercando di pensare fuori dagli schemi, per vedere se esistono altre strade da percorrere per arrivare alla pace». Lo ha detto ieri l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, correggendo almeno in parte la percezione emersa dall’incontro di mercoledì alla Casa Bianca tra Trump e Netanyahu.

Ieri mattina il Consiglio di Sicurezza ha tenuto la riunione sulla situazione in Medio Oriente, che viene convocata ogni mese. All’uscita Haley ha parlato con i giornalisti, cominciando con una severa critica di quello che aveva appena visto: «Sono nuova qui, ma questa riunione mi ha colpito in negativo. Con tutto quello che succede al mondo, dai missili della Corea del Nord a quelli iraniani, dalla Siria all’Isis, noi dobbiamo incontrarci ogni mese per attaccare Israele? Perché questo è quanto è avvenuto nel dibattito a cui ho appena partecipato. Il pregiudizio contro lo Stato ebraico è fortissimo, e gli Usa non lo taceranno più».

Le domande allora si sono trasferite sul merito del negoziato, e cioè l’impressione che Washington abbia abbandonato l’idea dei due stati, nonostante fosse incardinata in risoluzioni scritte e votate dagli americani: «Chi dice – ha risposto Haley – che non sosteniamo più questa soluzione mente. La appoggiamo ancora, ma per arrivare alla pace servono anche idee nuove, che possono venire solo dalle parti, cioè israeliani e palestinesi».

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