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La Repubblica Rassegna Stampa
14.02.2017 Il pensiero a senso unico di Bernardo Valli
Ignorato il terrorismo palestinese, esiste soltanto l' 'occupazione israeliana'

Testata: La Repubblica
Data: 14 febbraio 2017
Pagina: 1
Autore: Bernardo Valli
Titolo: «L'illusione della Palestina senza Stato e senza futuro»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 14/02/2017, a pag. 1-12, con il titolo "L'illusione della Palestina senza Stato e senza futuro", il commento di Bernardo Valli.

Il commento di Bernardo Valli, come sempre, non tiene conto di una realtà che è invece ineludibile: quella della violenza, del terrorismo e dell'antisemitismo dilagante nel mondo arabo-islamico in generale e in quello palestinese in particolare. Quella che segue non è un'intervista a A.B. Yehoshua, come parrebbe dalla titolazione, ma l'esposizione del pensiero di Valli. Yehoshua viene citato in alcuni punti, nulla più, con frasi fuori contesto.

Ecco l'intervista:

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Bernardo Valli

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Abraham B. Yehoshua

E COSÌ i quartieri residenziali. Gli investimenti arrivano anche grazie alla svelta crescita economica israeliana che si riverbera sulle terre occupate, o contese, come dice il governo di Netanyahu. Un certo benessere si diffonde tra i palestinesi in maniera irregolare, accentuando il distacco tra i molto ricchi e i molto poveri. Tante piccole imprese lavorano per Israele e attirano soldi in Palestina. Il fenomeno dei lavoratori pendolari non ha più le dimensioni di un tempo. I giovani sono meno interessati alla politica, danno l’impressione di pensare con maggior intensità alle conquiste sociali ed economiche che all’indipendenza, un tempo obiettivo principale dei loro nonni e padri. L’economia supplisce il bloccato processo politico? Per ora l’odio, l’insofferenza, la diffidenza tra le due comunità prevalgono. E non cambiano nella sostanza i rapporti tra occupanti e occupati. Interrogati sulla creazione di uno Stato palestinese gli israeliani si dichiarano in favore, ma pensano a uno Stato palestinese senza tre milioni di palestinesi. Vuoto. Quindi che non può esistere. E i palestinesi non credono a quel che dichiarano gli israeliani. La realtà resta drammatica ma l’ambiguità con cui si pensa al futuro ammorbidisce paradossalmente i rifiuti. Senza cancellarli.

E’ da mezzo secolo, ricordo insieme a Yehoshua, che Israele occupa la Cisgiordania, chiamata anche Giudea e Samaria oppure West Bank (sponda occidentale). La occupa da quel giugno del 1967 in cui vinse in sei giorni una guerra di fatto conclusa in poche ore con la distruzione al suolo dell’aviazione egiziana. Gli aerei di Nasser non ebbero neppure il tempo di staccarsi dalle piste d’involo del Cairo e le truppe di terra arabe, appiedate o blindate, senza protezione aerea, furono sbaragliate nel Sinai. Il maresciallo Amer, comandante le forze armate di terra di mare e di cielo, pagò la sconfitta suicidandosi. In Israele maturò allora la tentazione di tenersi per sempre quella regione, di più di cinquemila chilometri quadrati (come la Liguria) e con più di tre milioni di abitanti, appena conquistata. Il regno di Giordania, che l’amministrava da anni se l’era annessa poco prima, ma il suo esercito non aveva resistito agli israeliani.

Abraham Yehoshua considera maledetta quella tentazione nata da una guerra vinta, che aveva consentito il recupero di luoghi sacri per gli ebrei, come il Muro del pianto. Tentazione alimentata da una storia antica, intrecciata alla religione, fino allora tenuta a bada dal sionismo nato laico, e di cui la versione laburista era ancora al governo. Yehoshua giudica l’occupazione di quella terra un veleno per la società israeliana. Generazioni di giovani imparano, durante il servizio militare, a far da guardiani a un altro popolo. Una calamità. Come liberarsene o come assorbirla? Il problema resta insoluto dopo cinquant’anni. Avvolto dall’ambiguità in cui bagnano forti sentimenti. Yeshayahu Leibowitz, filosofo celebre per l’ebraismo rigoroso e per l’audace saggezza, ha invitato i soldati israeliani a disubbidire se destinati a presidiare la Cisgiordania conquistata con le armi. Occupandola si violavano principi morali e ci si impegnava in un’azione disonorante quale è la repressione. Era un incitamento a disertare, emesso da un grande e rispettato intellettuale religioso in contrasto con la tendenza religiosa prevalente che auspicava la ricostituzione di Eretz Yisrael, la Terra di Israele biblica.

Il generale Yitzhak Rabin, che non era un falco politico, si scandalizzò come militare. Rabin fu poi assassinato da un connazionale perché sospettato di volere un giorno restituire quelle terre. Aveva infatti concluso due anni prima gli accordi di Oslo. Una pace con i palestinesi che non è mai riuscita a diventare una vera pace. Oggi sembra una lontana illusione, anche se da quegli accordi incompleti (perché rinviarono a momenti migliori tanti problemi rimasti irrisolti, tra cui una decisione comune sulla sorte di Gerusalemme) è nata una riconosciuta autorità palestinese.

La memoria ripercorre veloce un passato che ha ormai mezzo secolo mentre parlo con Abraham Yehoshua sotto gli alberi del “Dubnov 8”, un caffè all’aperto in cui le nostre voci sono soffocate dallo stormire delle foglie agitate da un tiepido vento medi- terraneo. Yehoshua dice scuotendo la chioma di capelli bianchi che bisognerebbe dare tutti i diritti ai palestinesi che vi vivono. Diritti civili e politici. Gli dico che è un pacifista e di pacifisti ce ne sono ormai pochi in Israele. Mi corregge dicendo che lui non è un pacifista ma appartiene al campo della pace. Oggi la Palestina occupata è divisa in tre zone. Quella “A”, in cui sono incluse la grandi città e in particolare Ramallah, funzionante da capitale, è controllata dai palestinesi, con gli israeliani nell’ombra.

La zona “B” è in condominio. Nella “C”, che è la più estesa, circa due terzi del territorio, sono concentrate le colonie, in cui vivono all’incirca mezzo milione di israeliani, compresi quelli degli insediamenti che traboccano in altre zone, ed esclusi i quasi duecentomila dell’area di Gerusalemme. Sono nati così importanti centri urbani, a volte cittadine di dimensioni da noi provinciali, con decine di migliaia di abitanti, fabbriche, scuole, aziende agricole. I coloni hanno allargato in cinquant’anni i loro insediamenti sotto la spinta o il consenso di governi di sinistra e di destra. Su questa rampante annessione veglia l’esercito che ha spesso il doppio ruolo di gendarme protettore e di complice. E’ un’alleanza di fatto che costituisce una forza determinante nella vita politica di Israele. Al punto da consentire a molti di affermare che “chi governa sono i coloni”.

In realtà tutto è incerto, in sospeso. Alcuni deputati, nei giorni scorsi pronunciatisi in Parlamento in favore di una legge retroattiva che espropria legalmente migliaia di proprietà private palestinesi, si sono giustificati dicendo che in tutti i modi la Corte suprema abolirà quella decisione come anti costituzionale. In sostanza avevano votato una legge puntando sul fatto che sarebbe stata cestinata. Lo stesso primo ministro, Benjamin Netanyahu, non l’ha votata, essendo arrivato in ritardo da Londra dove era in viaggio ufficiale. Un ritardo forse ben studiato. Siamo con Yehoshua nel quartiere dei teatri. Ci sovrasta uno dei tanti grattacieli vetro e acciaio di Tel Aviv. Sulle torri affilate, eleganti che spuntano dalla metropoli sul mare si riflette la luce che già non è più invernale. Siamo in un angolo privilegiato, lontano dai drammi che assediano il Paese. Il panorama urbano, un po’ newyorkese, il traffico impaziente, i passanti con abiti tra il balneare e la tenuta di lavoro, ti fanno sentire quanto la società sia dinamica (6 per cento di crescita economica) ed anche sicura di sé. Qui a Tel Aviv la terra della tentazione sembra remota. Ma le violente controversie che suscita hanno investito e possono ancora investire la città indaffarata.

La reazione è stata spesso il terrorismo palestinese. Ma tutto quel che può essere una minaccia nella calma mattina di Tel Aviv è molto lontano. Sono le parole di Yehoshua, uno dei grandi scrittori di Israele (insieme ad Amos Oz e David Grossman), a evocare i demoni. A sollecitarle sono i miei interrogativi. Ha ottant’anni ed esprime la vitalità intellettuale, che qui è come un lume inestinguibile. A volte la fiamma si fa fioca, tremula, ma resta accesa. Neppure quando sente il pericolo e si compatta, fa quadrato, con inevitabili danni per la razionalità e la tolleranza, la società riesce a spegnerla. Anche se si restringe, come adesso, quello che Yehoshua chiama il “campo della pace”, e prevalgono i momenti annebbiati dell’angoscia e dell’insicurezza, e si afferma la tentazione del Grande Israele. Yehoshua è parte dell’élite che alimenta il lume inestinguibile. La sua passione vuole essere quella della ragione. Per lui la tentazione della Giudea e della Samaria è il problema che il Paese deve risolvere per acquisire la normalità che la Storia gli deve. Israele è nato da una o da tante tragedie, come dal cratere di un vulcano, ed è diventato il più stabile e dinamico angolo in un’area del mondo in eruzione. Ma gli manca la vera pace. Yehoshua vorrebbe dare subito i diritti politici e civili ai centomila palestinesi che vivono nella zona “C”. Sono quelli che stanno peggio. Sono spesso al servizio o in balia delle prepotenze dei coloni, nella stragrande maggioranza insediatasi in quel 60 per cento della Giudea e Samaria (come loro designano la Cisgiordania).

Quella di Yehoshua può apparire un’idea generosa ma avventata. In parte lo è. E’ generosa perché dovrebbe venire in soccorso subito di quei centomila palestinesi sfavoriti rispetto ai connazionali della zona “A” e “B”. I quali usufruiscono di un netto miglioramento del livello di vita grazie alla crescita economica israeliana. Avventata perché una soluzione potrebbe essere la nascita di uno Stato binazionale, se la parte palestinese non conosce una dinamica demografica più forte di quella israeliana. E Israele perderebbe quindi col tempo la caratteristica di Stato ebraico, ragione della sua nascita. Tuttavia il problema della Cisgiordania cambia natura. Israele non è più tanto isolato nel Medio Oriente in guerra. Pur non avendo rapporti diplomatici, ha come alleato obiettivo l’Arabia Saudita, con la quale ha un avversario comune, l’Iran degli ayatollah. Gerusalemme è assai più vicina ai Paesi islamici sunniti in aperta tenzone con quelli sciiti. Non è più isolata come un tempo. Pur restando senza una soluzione, il problema israelo-palestinese si scopre in un contesto mediorientale diverso, 50 anni dopo l’occupazione della Cisgiordania.

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