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La Repubblica Rassegna Stampa
26.03.2015 La storia della guerra di indipendenza di Israele riscritta da Gad Lerner
Nella sua elegia del dittatore 'moderato' palestinese Abu Mazen

Testata: La Repubblica
Data: 26 marzo 2015
Pagina: 32
Autore: Gad Lerner
Titolo: «Abu Mazen: nella casa natale dove giocava con l'amico ebreo»

Riprendiamo da REPUBBLICA di oggi, 26/03/2015, a pag. 32, con il titolo "Abu Mazen: nella casa natale dove giocava con l'amico ebreo", il commento di Gad Lerner.

Gad Lerner si è costruito una carriera anche grazie alle unidirezionali critiche contro Israele, operazione che prosegue in questo articolo.
Lerner mette in luce la vicenda dell'esodo di molti arabi palestinesi nel 1948, allorché cinque eserciti arabi invasero la Palestina mandataria di cui l'Onu pochi mesi prima aveva indicato la spartizione in due stati, uno arabo e uno ebraico. Ma i profughi arabi in gran parte fuggirono dalle proprie case in seguito alle pressioni dei Paesi arabi invasori, oppure per portarsi fuori dalle operazioni belliche, cosa che Lerner tace. Quello che invece Lerner insinua in questo articolo è che sarebbe Israele il responsabile della fuga degli arabi palestinesi. Israele, il Paese aggredito a poche ore dalla sua nascita da cinque potenze straniere.
Dei profughi ebrei dal mondo arabo, poi, Lerner non fa neppure menzione.
Secondo Lerner, infine, nel 1948 gli eserciti arabi si "attestavano a difesa di Zfat": una falsità evidente, dal momento che Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq avevano invaso il neonato, piccolo Stato ebraico, per distruggerlo.
Con amici così, chi ha più bisogno di nemici...

Ecco l'articolo:


Gad Lerner                 Abu Mazen

Nel giorno del suo ottantesimo compleanno forse interesserà sapere a Mahmud Abbas, detto Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, residente nel palazzo della Muqata’a a Ramallah, che la casa di Zfat dov’è nato e da cui è fuggito come profugo nel 1948, quando aveva 13 anni, è ritornata disponibile. «Sì, metto in vendita la casa che fu di Abu Mazen perché io e mia moglie siamo pure noi ottantenni, vecchi e malati. Ci siamo trasferiti da mio figlio. Lei quanto offre?».


Zfat

Chi mi propone la trattativa è Avraham Pinko, immigrato dalla Romania con la signora Malka nel capoluogo mistico dell’alta Galilea pochi anni dopo che la famiglia Abbas aveva trovato ricovero di là dal confine, in Siria. Pinko ci tiene a precisare che ha tutti i documenti in regola: la casa è sua perché l’ha riscattata dal Fondo Immobiliare Nazionale incaricato di gestire le proprietà arabe rimaste disabitate dopo la guerra d’Indipendenza. Nel caso di Zfat, si trattò di ridistribuire fra gli immigrati e i sopravvissuti della Shoah i nove decimi delle abitazioni.

Nel 1948 vivevano a Zfat 1200 ebrei e 11 mila arabi. Nel corso di una sola tragica notte piovosa, fra il 10 e l’11 maggio, la popolazione palestinese si radunò in un wadi e lasciò completamente deserta la città. La palazzina che fu degli Abbas, con ciuffi di lavanda che gettano dalla pietra chiara e un albero di melograno in mezzo al patio sopraelevato, si trova al numero 100 di Jerusalem Street, in pieno centro storico. Resta la strada più animata di Zfat, piena di negozi con insegne ebraiche che vendono abbigliamento, smartphone, falafel. Accanto, la mutua Rosenberg. Ma appena più in basso svetta ancora un minareto solitario, senza più moschea.

Mi trovavo anch’io a Zfat da alcune settimane per studiare il fenomeno del messianismo ebraico che, a partire dal Sedicesimo secolo, ha visto riunirsi fra i cunicoli delle antiche sinagoghe i più venerati maestri della Kabbalah, da Yitzhak Luria detto l’Ari (“il Leone”) a Yosef Caro, da Chaim Vital a Moshé Cordovero. Ignoravo naturalmente di aver preso alloggio a pochi passi dalla casa natale del leader palestinese, come lo ignorano i chassidim nerovestiti che le formicolano intorno, i mistici yemeniti col turbante e la jiba di foggia orientale, i ragazzi all’apparenza hippie non fosse per quei lunghi cernecchi intrecciati che gli pendono sulle spalle. Quando fotografo la casa, un automobilista si ferma a chiedere spiegazioni, e subito protesta: «Ti sembra il caso di accendere ancor di più quel tipo? Bada bene: era la casa di Abu Mazen. Non scrivere che è casa sua». Non c’è pericolo.

Lo stesso presidente dell’Anp che, a quanto pare, fece una visita in incognito a Zfat nel 1994, ha più volte ribadito la sua rinuncia ad accampare diritti sul suo luogo natale. Vuole costruire uno Stato palestinese accanto a Israele, non al suo interno. Nel 2014 ha inviato un messaggio agli israeliani il giorno della Shoah riconoscendo che lo sterminio degli ebrei è stato il crimine più efferato del secolo scorso (anche per rettificare certe affermazioni al limite del negazionismo scritte nella sua tesi di laurea a Mosca).

Vado in cerca di qualcuno che abbia fatto in tempo a conoscere Mahmud Abbas nell’ultimo tratto della secolare convivenza fra arabi ed ebrei a Zfat. La città, com’è inevitabile, è costellata di lapidi e monumenti di una memoria tutta a senso unico. All’ingresso del quartiere delle sinagoghe, sovrastante il cimitero in cui tuttora sono venerati i maestri cabalisti, hanno lasciato così com’era, perforato dalle pallottole e dai colpi di mortaio, l’edificio in cui resistettero asserragliati i combattenti del Palmach.

Da lì cominciava l’antico insediamento arabo, con le sue moschee e le palazzine dagli archi orientali. Oggi viene chiamato Quartiere degli Artisti, sede di atelier e congregazioni religiose. Al museo HaMeiri finalmente mi indirizzano da un anziano membro della omonima famiglia persiana immigrata a piedi da Shiraz sette generazioni orsono. Si chiama Gabi Hameiri, i suoi occhi luccicano ricordando l’amicizia fra suo padre Schlomo e Mohammed Abbas, il padre del presidente palestinese: «Erano grossisti di generi alimentari. Gli Abbas avevano anche della terra e un po’ di vacche. Diventarono soci, fra loro bastava guardarsi negli occhi e stringersi la mano. Per anni hanno gestito insieme un caseificio in cui si producevano i migliori formaggi di Zfat. Mai uno screzio, fra l’arabo e l’ebreo, nonostante che dal 1929, e poi di nuovo nel 1936, la situazione fosse precipitata. Vi furono pogrom nel quartiere ebraico, omicidi barbari come quelli del Daesh».

Sarà Gabi Hameiri a guidarmi verso la casa di Abu Mazen, proprio come fece con lui, tenendolo per mano, suo padre nel 1947, prima che tutto precipitasse: «Dovevano verificare insieme la contabilità, e io gli chiesi di accompagnarlo. Mamma non voleva perché la tensione era già alta. Abitavamo a pochi metri dalla sinagoga dell’Ari. In una cantina nascondevamo anche noi delle armi. Il mio fratello più grande, Naim, era stato arrestato dagli inglesi perché militava nell’organizzazione sionista clandestina Betar. Lo stesso ho fatto il mio capriccio e sono riuscito a convincere mio padre a portarmi con sé nel quartiere arabo».

Per la strada il piccolo Gabi era colpito dalla deferenza con cui i palestinesi salutavano il grossista ebreo Schlomo Hameiri, chiamandolo per onorarlo “Abu Naim”, cioè “padre di Naim” (proprio come Mahmud Abbas vuole essere chiamato Abu Mazen, in ricordo del defunto primogenito Mazen). «Arrivati in Jerusalem street, ci togliamo le scarpe e veniamo fatti accomodare nella sala degli ospiti, contornata di giacigli, alle pareti foto incorniciate d’oro e versetti del Corano. Ricordo la mia gioia per i baklawa e le bevande squisite dispensate agli ospiti. Per curiosità di vedere gli ebrei in casa loro, scesero anche i figli del signor Abbas. Proprio così, ho giocato con Mahmud. In una palazzina che ricordo non sfarzosa ma rivelatrice di un solido benessere».

Fu, quella, la prima e l’ultima volta di Gabi in casa Abbas. E il perché è presto detto. Mohammed Abbas, il palestinese: «Come ti vanno le cose, caro Abu Naim?». Schlomo Hameiri, l’ebreo: «Non così bene. Mio figlio è stato arrestato dagli inglesi ». «Arrestato? Ma allora è un terrorista! ». «Non è un terrorista. Vuole solo che non si ripeta mai più quel che ci avete fatto nel ’29 e nel ‘36». Seguirono minuti di silenzio da tagliare con il coltello. «Poiché i conti economici erano stati saldati, mio padre mi prese per mano, disse ‘ alekum salam’ e ce ne andammo pieni di spavento».

Era il 1947, l’anno della frattura definitiva. Il 16 aprile 1948 il comando britannico sollecitò Rabbi Moshé Podhorzer, capo della comunità ebraica di Zfat, a evacuare per lo meno le donne e i bambini, essendo soverchiante la forza di quattro eserciti arabi concentrati nella difesa della città. Ma il quartier generale dell’Haganà decise al contrario che bisognava restare, e non ci furono defezioni. Nei combattimenti successivi il Palmach coadiuvato da azioni clandestine dell’Irgun espugnò la Cittadella di Zfat e circondò i quartieri arabi. Un monumento ricorda i 42 soldati ebrei caduti in quella battaglia. Molte case arabe furono saccheggiate (c’è chi dice dai militari siriani, libanesi, iracheni e giordani in fuga; chi dai combattenti sionisti). Quel giorno le donne della famiglia Abbas, insieme al tredicenne Mahmud, erano già state fatte allontanare, mentre gli uomini si fermarono a combattere. Invano.

L’evacuazione totale della Zfat araba si completò in poche ore, prima dell’alba dell’11 maggio. Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclamava a Tel Aviv la nascita dello Stato d’Israele. Chiedo a Gabi Hameiri se se la sente di inviare a mezzo stampa auguri di buon compleanno al suo coetaneo Mahmud Abbas, nato come lui a Zfat il 26 marzo 1935. Ci pensa un po’, deglutisce, esita: «Per potergli fare gli auguri, io ebreo che ho giocato con lui, ospite in casa sua, ma ne sono uscito pieno di paura, ho bisogno che prima Abu Mazen dica al suo popolo la verità». Quale verità? «Da 120 anni versiamo il sangue dei nostri due popoli. Basta. Abu Mazen, dì alla tua gente che questa terra non è estranea agli ebrei, che lo stesso Maometto è arrivato dopo, i nostri diritti non possono essere negati. Dopo che lo avrai detto, sarò felice di augurarti mazal tov per i tuoi ottant’anni, e invitarti a rivedere la casa della tua lontana infanzia».

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