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Corriere della Sera Rassegna Stampa
10.10.2017 Unesco, lo scandalo continua: per la guida avanzano le candidature dei Paesi arabi illiberali
Commento di Stefano Montefiori

Testata: Corriere della Sera
Data: 10 ottobre 2017
Pagina: 30
Autore: Stefano Montefiori
Titolo: «Qatar, Egitto, Cina? I molti dubbi sulla corsa per la guida dell'Unesco»

Riprendiamo dal CORRIERE DELLA SERA di oggi, 10/10/2017, a pag. 30, con il titolo 'Qatar, Egitto, Cina? I molti dubbi sulla corsa per la guida dell'Unesco', l'analisi di Stefano Montefiori.

Una analisi concisa estremamente accurata

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Stefano Montefiori

L’Unesco è l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura che si occupa di moltissime cose (forse troppe): dai canti cosacchi di Dnipropetrovsk alla cultura dello scherzo uzbeko al tiro alla corda delle Filippine (alcuni degli oltre 400 beni immateriali protetti come patrimonio dell’umanità), fino al restauro di Palmira in Siria e al diritto alla scuola per i bambini di tutto il mondo. Da ieri nell’edificio poco lontano dalla Tour Eiffel a Parigi sono cominciate le votazioni per designare entro venerdì il nuovo direttore generale al posto della bulgara Irina Bokova. L’Unesco vive una crisi forse ancora più evidente di quella della sua organizzazione madre, l’Onu. Le manovre, i giochi delle alleanze e la Storia piegata ai fini della lotta politica hanno reso il lavoro dei funzionari molto difficile. Quest’anno, per la prima volta dal 2013, il Comitato esecutivo non dovrà esaminare una proposta di risoluzione contro Israele — come quelle che in passato hanno surrealmente negato la storia anche ebraica di Gerusalemme e Hebron — e non è un caso: i Paesi arabi sono impegnati in una grande offensiva diplomatica per piazzare, finalmente, un loro rappresentante alla testa dell’organizzazione.

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Tra i candidati ci sono il qatarino Hamad al-Kawari, che ha un programma convincente — «Non vengo a mani vuote», ha detto — cioè usare i soldi del Qatar per colmare il baratro di bilancio provocato dallo stop ai contributi di Stati Uniti e Giappone, ma appartiene a un Paese accusato da Arabia saudita e alleati del Golfo di sostenere il terrorismo jihadista. Oppure l’egiziana Moushira Khattab, ex ministra di Mubarak, oggi criticata dalle associazioni di difesa dei diritti umani perché vicina al nuovo dittatore Al Sisi. In questo contesto crescono le chance del cinese Qian Tang, anche lui espressione di un Paese dalle dubbie credenziali quanto a tutela delle diversità culturali, e della francese Audrey Azoulay. Ex ministra della Cultura e — questo potrebbe contare molto — figlia di un importante consigliere della monarchia del Marocco.

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