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Corriere della Sera Rassegna Stampa
15.02.2017 Netanyahu oggi alla Casa Bianca: si stringe l'alleanza Usa-Israele
Due servizi di Giuseppe Sarcina, editoriale di Franco Venturini

Testata: Corriere della Sera
Data: 15 febbraio 2017
Pagina: 15
Autore: Giuseppe Sarcina - Franco Venturini
Titolo: «Netanyahu arriva alla Casa Bianca: l'ora della (prima) verità per Israele - Ricordi d'infanzia e il letto in prestito: quell'amicizia tra Bibi e Kushner - L'alleato che serve a Israele»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 15/02/2017, a pag. 15, con i titoli "Netanyahu arriva alla Casa Bianca: l'ora della (prima) verità per Israele", "Ricordi d'infanzia e il letto in prestito: quell'amicizia tra Bibi e Kushner", due servizi di Giuseppe Sarcina; a pag. 1, con il titolo "L'alleato che serve a Israele", l'editoriale di Franco Venturini.

Oggi Benjamin Netanyahu arriva a Washington, dove incontrerà Donald Trump. Seguiremo con attenzione l'incontro, oggi anticipato dai tre articoli che seguono. Nel primo Giuseppe Sarcina scrive: "La sua [di Trump] presidenza si appoggia sulla parte più conservatrice della comunità ebraica, in linea con Netanyahu". Si tratta di una falsità evidente, sia perché la grande maggioranza degli ebrei americani hanno scelto, come da tradizione da decenni, il partito democratico, sia perché il peso del voto degli ebrei americani è relativamente limitato.

Ecco gli articoli:

Giuseppe Sarcina: "Netanyahu arriva alla Casa Bianca: l'ora della (prima) verità per Israele"

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Giuseppe Sarcina

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arriva oggi a Washington con grandi aspettative. Persino con entusiasmo. Dopo anni di incomprensioni e, in ultimo, di contrasti con Barack Obama, ora si può ripartire con Donald Trump. L’alleanza con Israele è condizione necessaria per ogni politica estera americana. Obama aveva verificato che non è però sufficiente per stabilizzare il Medio Oriente. Ora Trump si trova di fronte esattamente lo stesso problema. Il negoziato tra israeliani e palestinesi è bloccato da tempo. Il presidente degli Stati Uniti ha affidato a Jared Kushner, il genero-consigliere, il compito di rivitalizzarlo. Ma su quali basi? Dall’accordo di Oslo in poi, cioè dal 1993, tutti i presidenti americani hanno sostenuto la soluzione dei «due Stati»: Israele e Palestina, indipendenti e sovrani. Netanyahu vuole capire che cosa pensi veramente Trump su questo punto vitale. Il premier israeliano ha assunto una posizione ambigua: dice di essere pronto a riprendere la trattativa sullo schema di Oslo, ma nello stesso tempo ha lasciato mano libera agli estremisti del suo partito, il Likud, e ai coloni che stanno costruendo altri insediamenti nei Territori occupati.

Anche Trump, però, ha un atteggiamento ambivalente. La sua presidenza si appoggia sulla parte più conservatrice della comunità ebraica, in linea con Netanyahu. Ma altre voci, come quelle del Segretario di Stato Rex Tillerson e del Segretario alla Difesa James Mattis, spingono a riflettere: non si può rompere con il mondo arabo e i palestinesi ne fanno parte. Queste frizioni interne spiegano le oscillazioni di Trump.

Appena insediato, «The Donald» ha nominato uno dei suoi avvocati, David Friedman, ambasciatore in Israele. La prima cosa che ha detto Friedman ha avuto un effetto devastante: «Sposterò l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme». A fine gennaio sembrava che Trump potesse dare il via libera da un momento all’altro. Ma il 10 febbraio il presidente dichiarò al quotidiano Israel HaYom : «Non è una decisione facile». Nella stessa intervista Trump si mostrò ancora più cauto sugli insediamenti nei Territori occupati: «Non penso che andare avanti sia un bene per la pace». L’11 febbraio, ecco che il pendolo si sposta dalla parte opposta. L’ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley, annuncia che gli Usa respingono la candidatura dell’ex premier palestinese Salam Fayyad come inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia. Un segno di riguardo verso Israele.

Giuseppe Sarcina: "Ricordi d'infanzia e il letto in prestito: quell'amicizia tra Bibi e Kushner"

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Benjamin Netanyahu

Jared Kushner alla prova con Benjamin Netanyahu, «Bibi», l’amico di famiglia. Il genero di Donald Trump era ancora un ragazzo di 17 anni quando ascoltò parlare per la prima volta l’uomo politico israeliano. Era lo Yom HaShoah, il giorno del ricordo dell’Olocausto, il 23 aprile del 1998. Jared partecipava al viaggio di commemorazione nei campi di concentramento di Auschwitz e di Birkenau, in Polonia. La guida del gruppo era Netanyahu. Portò i giovani davanti alle baracche e ai forni crematori e disse: tutto questo si sarebbe potuto evitare se solo qualche anno prima fosse stato creato lo Stato di Israele. All’epoca Kushner frequentava le scuole superiori. Si dedicava più al basket che alla politica o al sociale. Ma era cresciuto nella memoria costante del genocidio: sua nonna, polacca, era sfuggita ai nazisti nascondendosi per in anni un tunnel. Suo nonno si era salvato rifugiandosi in una cava.

Nel dopoguerra i Kushner, ebrei ortodossi, emigrarono negli Stati Uniti; vi hanno fatto fortuna creando uno dei gruppi immobiliari più ricchi e più in vista del New Jersey e poi di New York. Charles, il padre di Jared, è ancora oggi uno dei donatori più attivi della comunità ebraica americana. Soldi per scuole e ospedali negli Stati Uniti e in Israele. Non senza scivoloni: fu condannato a due anni per evasione fiscale e donazioni illegali. È rimasto, comunque, un punto di riferimento per i politici israeliani più conservatori. Benjamin Netanyahu era spesso ospite dei Kushner. Una fotografia del 1999 lo ritrae mentre gioca a calcio con gli studenti della «Joseph Kushner Hebrew Academy» di Livingston, nel New Jersey: scuola intitolata al padre di Charles. Una volta il futuro primo ministro si fermò a dormire: Jared dovette cedergli la camera e spostarsi nello scantinato. E quando «Bibi» si candidò con il Likud, venne a cercare fondi in America. Ai primi posti nella lista dei finanziatori c’era la famiglia Kushner. Oggi Jared, il figlio di Charles, accoglierà «Bibi» nello Studio Ovale, a fianco di Donald Trump. Il presidente ha affidato al marito di Ivanka uno dei compiti più difficili del nuovo corso: mediare tra Israele e l’Autorità nazionale palestinese.

Finora Jared non si è esposto. In pubblico mantiene lo stesso atteggiamento di partecipazione e di ascolto che avena nei suoi anni di studente e poi di giovane uomo d’affari. Ma, secondo il New York Times , dietro le quinte, Kushner avrebbe già plasmato la visione del suocero sulla questione israeliana, assecondando le idee di Netanyahu. Lo schema di Oslo, due Stati sovrani e indipendenti, è morto. La prospettiva deve essere quella di una grande Israele in cui possano trovare spazio, con uguali diritti, anche i palestinesi. Si vedrà se è davvero ciò che ha in mente Kushner. Certo, il suo pensiero si è sviluppato nel perimetro iper conservatore: difesa a oltranza delle ragioni storiche, bibliche, di Israele. Ecco, perché, anche gli esponenti più moderati del mondo palestinese, come per esempio, Mustafa Barghouti, citato dal New York Times diffidano di lui, non lo considerano la figura imparziale di cui, invece, ci sarebbe bisogno. Ma un altro interlocutore fondamentale per gli interessi degli Stati Uniti, il re Abdullah II di Giordania ha incontrato Kushner pochi giorni fa, invitandolo a non prestare ascolto solo a Netanyahu. Per Kushner, la sua storia personale, i suoi ricordi, tra Auschwitz e lo scantinato di famiglia, è arrivato il momento di misurarsi con la politica.

Franco Venturini: "L'alleato che serve a Israele"

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Franco Venturini

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Donald Trump con Benjamin Netanyahu

Du rante la campagna elettorale per la Casa Bianca, nessuno (nemmeno Putin, al netto di interferenze cibernetiche) ha sostenuto il candidato Trump più di Benjamin Netanyahu. Prima e dopo aver conquistato la presidenza degli Stati Uniti, nessuno ha appoggiato Israele e il suo governo più di Donald Trump. Non serve altro per pensare che l’odierno incontro a Washington tra The Donald e il Primo ministro israeliano sarà felice e facile, un proclama di amicizia da dedicare con tutto il cuore all’uscita di scena di Barack Obama. Ma l’eccesso di convergenze produce talvolta effetti ingannevoli. Perché a conti fatti nessuno vuole esagerare. Perché i problemi sul tappeto hanno una loro dinamica che non può essere eliminata. Perché il presidente degli Stati Uniti, mentre il tempo dei proclami per la platea interna tende lentamente a declinare, alcune cose al più sicuro dei suoi alleati le dovrà pur dire. Ecco perché quella di oggi è per Trump una prova importante, forse la prima vera prova per capire quanto «matura» sarà la sua politica estera.

Non soltanto in Medio Oriente, ma è dal Medio Oriente che si parte. Gli insediamenti israeliani a Gerusalemme e in Cisgiordania: Trump vorrà affrontare questo tema scottante? Ci auguriamo di sì. Perché la legge che regolarizza a certe condizioni quattromila alloggi di coloni israeliani in Cisgiordania, se non sarà bocciata dalla Corte suprema, darà il colpo di grazia alla prospettiva già fragilissima della nascita di uno Stato palestinese . Il motivo è semplice: la ma ggioranza degli insediamenti che potrebbero usufruire delle nuove norme approvate dalla Knesset il 7 febbraio si trova infatti al di là del muro di separazione che Israele costruisce dal 2002, e che in caso di accordo si presume possa fungere da confine con il nuovo Stato palestinese. In verità la formula dei «due Stati» è ormai ampiamente logorata, lo stesso Netanyahu ha spiegato che quello eventuale dei palestinesi sarebbe un «semi Stato», tali e tanti sarebbero i suoi condizionamenti e le sue limitazioni. Ma la legge del condono il Primo ministro non la voleva, la considerava una inutile e dannosa fuga in avanti, e se ha dovuto alla fine digerirla è per non lasciare troppo spazio politico alla sua destra, al montante partito dei coloni guidato da Naftali Bennet.

Se Trump andasse appena oltre quel che ha già cominciato a dire («gli insediamenti non aiutano»), raggiungerebbe il doppio scopo di affermare la verità e di coprire per quanto possibile le spalle del suo ospite. Altro tema cruciale dell’incontro, l’Iran e le possibili conseguenze della pace (russa) in Siria. Netanyahu ha sempre sparato ad alzo zero sull’accordo che gli Stati Uniti di Obama, la Russia, la Cina e gli europei hanno concluso con Teheran per limitare le sue ambizioni nucleari. Ma Trump e i suoi più stretti collaboratori hanno dato talvolta l’impressione di volerlo scavalcare: quel patto andrebbe rinegoziato, l’Iran è uno Stato provocatore come ha appena dimostrato collaudando missili balistici, e tresca con i terroristi che sono il nemico numero uno della nuova Amministrazione, e nuove sanzioni potrebbero essere giustificate. Sin qui Netanyahu avrebbe di che fregarsi le mani, ed emettere qualche altro respiro di sollievo pensando a Obama.

Ma il Medio Oriente è uno scrigno di complicazioni, e di questo gli israeliani sono ben al corrente. Prendiamo l’atroce massacro siriano, ora avviato (forse) a una composizione ottenuta con la forza bruta dalla Russia di Putin, dalla Turchia di Erdogan e dall’Iran di Rouhani-Khamenei (l’uno contro l’altro armati mentre si avvicinano elezioni cruciali). Se i negoziati di Astana e di Ginevra dovessero partorire una intesa che comunque allungherebbe la vita politica di Bashar al Assad, quale scenario si produrrebbe? Dal punto di vista israeliano la novità più importante sarebbe la nascita di una «mezzaluna sciita» che dall’Iran finirebbe in Libano passando dall’Iraq e dalla Siria o parte di essa. Ebbene, in Libano dispongono di grande potere gli Hezbollah, miliziani sciiti che sono rappresentati nel governo di Beirut e che lo Stato di Israele vorrebbero distruggerlo come e quanto Hamas.

Potrebbe il governo israeliano tollerare la nascita di un flusso di aiuti (armi comprese) dall’Iran agli Hezbollah? Di sicuro no, e lo ha già dimostrato più volte bombardando i «doni» ricevuti dai miliziani in territorio siriano. Si avvicinerebbe allora una nuova guerra in territorio libanese? Non è meglio augurarsi che non siano gli estremisti a vincere le elezioni iraniane? Questo dibattito sta salendo di tono, in Israele. E la sua traduzione politica è che il Trump anti-Iran va benissimo, ma senza esagerare per non diventare controproducente. Trump continuerà poi a «riflettere» sul trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata statunitense, e confermerà a Netanyahu le più totali garanzie sulla sicurezza di Israele, come peraltro faceva anche Obama. Il premier ospite ripartirà contento. E contento sarà il mondo, se vedrà una America pragmaticamente consapevole.

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