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Corriere della Sera Rassegna Stampa
26.01.2017 Gaza: prigione per il comico che fa satira su Hamas
Commento di Davide Frattini

Testata: Corriere della Sera
Data: 26 gennaio 2017
Pagina: 17
Autore: Davide Frattini
Titolo: «Adel, il comico di Gaza arrestato per il suo video: 'Hamas non sa ridere'»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 26/01/2017, a pag. 17, con il titolo "Adel, il comico di Gaza arrestato per il suo video: 'Hamas non sa ridere' ", il commento di Davide Frattini.

Quello di Hamas a Gaza è un regime in cui la satira non ha spazio. Basta un video che smaschera la gestione della disponibilità energetica da parte dei terroristi al potere - una gestione corrotta e malavitosa, indifferente al benessere della popolazione - per un arresto.

Ecco l'articolo:

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Davide Frattini

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Adel Meshoukhi

Racconta che da ragazzino en trava nei negozi, indossava i vestiti che non poteva permettersi, si guardava allo specchio prima di toglierseli per riportare a casa il ricordo di quei dieci minuti alla moda. Ad Adel Meshoukhi il detto «ridere per non piangere» si adatta come i jeans provati nelle sue sfilate malinconiche, è uno dei comici più popolari perché quanto lui i palestinesi di Gaza sono ormai rassegnati a sogghignare delle loro miserie. Raccontano che sono venuti a prenderlo poche ore dopo il video pubblicato su YouTube, che i poliziotti si sono pressati dentro al vicolo come un tappo di divise per non lasciarlo parlare con i fratelli o i vicini di casa. «Se l’aspettava» dice Iyad Odeh, suo compagno di scuola alle elementari. Quel filmato in cui per un minuto e mezzo urla a squarciagola «elettricità, elettricità, elettricità...» per finire «basta con Hamas» è stato visto in poco tempo da 150 mila persone, troppe per i fondamentalisti che spadroneggiano nella Striscia. Troppe e su una questione troppo sensibile: per mesi il gruppo al potere ha garantito solo tre ore di energia al giorno per i 2 milioni di abitanti ammassati tra Israele e il Mediterraneo.

Adel è rimasto in carcere dall’11 gennaio fino a ieri, ogni giorno la madre si è presentata alla prigione di Ansar per chiedere che venisse rilasciato. «Aveva paura delle botte, di venire picchiato durante l’interrogatorio» spiega il fratello Ismail, undici in famiglia, il padre è morto due anni fa. «Non sopporta la violenza, era entrato nella polizia e dopo qualche mese si è sparato a un piede, forse per sbaglio, più probabile per essere congedato». Risate e frigoriferi Il comico è tornato e con lui qualche ora di elettricità in più, adesso sono otto, mai di fila. «Non è abbastanza», si lamenta Iyad che possiede un piccolo negozio. «Quando il frigorifero non funziona, devo buttare la merce». I clienti sono comunque pochi, Shabura — dov’è cresciuto con Adel — è uno dei quartieri più poveri di Rafah, cubi di cemento lanciati come un tiro di dadi sfortunato sulla sabbia del deserto al confine con l’Egitto. Di Che Guevara, così gli piace farsi chiamare, ha la barbetta scura e un berretto quasi rivoluzionario. Ne imita anche lo sguardo di sfida mentre tira fuori dalla tasca i quattro mandati d’arresto che i servizi di sicurezza hanno lasciato a casa sua, assieme al messaggio scandito al padre: «Tuo figlio lo ammazziamo». Negli stessi giorni in cui Adel girava con un telefonino il suo video, Mohammed Al Teluli era impegnato a organizzare quella che è diventata la più grande manifestazione anti Hamas da quando l’organizzazione nel 2007 ha strappato il controllo di Gaza all’Autorità palestinese. Il lungo corteo Oltre cinquantamila persone hanno formato un corteo che dal campo rifugiati di Jabalia, dove trent’anni fa è scoppiata la prima intifada contro gli israeliani, ha marciato verso gli uffici dell’azienda elettrica. «Non ci siamo arrivati, i miliziani hanno cominciato a tirare pietre contro di noi e a caricarci con i bastoni».

Gli arrestati sono stati duecento ormai quasi tutti liberati. Quello che preoccupa i capi di Hamas e i Paesi che li sostengono come il Qatar o la Turchia è quanto le proteste ricalchino i primi giorni delle rivolte arabe di sei anni fa. Mohammed, 25 anni e laureato in Comunicazione, ha diffuso gli appelli via Facebook («per far funzionare il wi-fi basta la batteria di un’auto») ed è sui social media che i palestinesi riversano il sarcasmo della disperazione. Mia moglie: «Quando torna l’elettricità?». Io: «Che cos’è?», scrive Musab Abu Toha. Oppure Gada Al Haddad: «Quali sono gli sforzi che i nostri governanti stanno compiendo per risolvere la crisi? Organizzarsi il prossimo banchetto». È anche la prima volta in cui il «nemico» Israele sembra restare fuori dalla rabbia e dai discorsi. I leader fondamentalisti sostengono che la colpa delle carenze di energia sia dell’embargo imposto dagli israeliani, che comunque forniscono il 26% del fabbisogno. Mahmoud Al-Zaq, politico indipendente, ha fatto invece i conti nelle casse di Hamas e sostiene che la crisi energetica sia pilotata dall’organizzazione. «È una strategia per premere sui Paesi donatori. Dopo le manifestazioni il Qatar ha subito sborsato 12 milioni di dollari, che però non verranno usati per l’elettricità». Elenca: «Hamas raccoglie ogni mese 28 milioni di shekel (quasi 7 milioni di euro) in bollette dalla povera gente e anche questi soldi non sono investiti nella centrale: basterebbero a far funzionare i due generatori fermi, sono stati riparati dopo essere stati distrutti dai bombardamenti israeliani. Un ministero potente come quello degli Affari religiosi, che gestisce 2.000 moschee, non sborsa nulla. Noi dobbiamo pagare la bolletta, cifra fissa anche quando restiamo al buio e al freddo».

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