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Informazione Corretta Rassegna Stampa
23.10.2017 La prova del Kurdistan
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 23 ottobre 2017
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «La prova del Kurdistan»

La prova del Kurdistan
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

per una volta sono d’accordo con Bernard-Henri Lévy, ma anche con Adriano Sofri: quel che sta accadendo in Kurdistan è una vergogna. E’ un disastro morale: l’Occidente sta tradendo per la terza volta un popolo cui aveva promesso l’indipendenza un secolo fa, salvo poi lasciarlo in mano all’esercito turco che lo represse nonostante la sua complicità (negli ultimi anni confessata e pubblicamente deplorata dai suoi dirigenti) nel genocidio degli armeni. Poi fu Bush senior a incoraggiare la rivolta dei curdi contro Assad durante la prima guerra del golfo, salvo non alzare un dito quando Saddam li sterminò coi gas chimici (a proposito, lo sapevate che il macellaio iracheno è ancora una star nel mondo palestinista, dove gli hanno nei giorni scorsi dedicato un monumento? https://www.memri.org/reports/palestinians-erect-memorial-saddam-hussein-qalqilya). E ora gli americani li hanno usati come fanteria contro l’Isis, ma lasciano che siano invasi da tre lati (Iran, Iraq, Turchia) e allegramente massacrati. Israele è il solo paese davvero solidale, si è molto speso sul piano diplomatico (https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-kurds-israel/netanyahu-lobbies-world-powers-to-stem-iraqi-kurd-setbacks-idUSKBN1CP181, https://www.timesofisrael.com/netanyahu-said-to-be-lobbying-world-leaders-to-support-kurds/), ma certamente non è in grado di intervenire militarmente in maniera efficace su un territorio lontano più di 1000 chilometri, occupati tutti da potenze ostili. Solo gli Usa avrebbero potuto dare appoggio al Kurdistan e hanno scelto di non farlo.

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Un disastro morale, dunque. Ma anche un disastro strategico, perché l’America ostenta di essere neutrale e dunque in realtà è complice di un attacco che due nemici (l’Iran e l’Iraq, che in realtà è una marionetta degli ayatollah) e un quasi nemico come la Turchia fanno di un alleato, della sola popolazione che appare interessata alla democrazia in quel mondo. E’ una dimostrazione di impotenza e di rifiuto di difendere gli alleati che costerà moltissimo all’America, in termini di prestigio e di credibilità. Come ha scritto Caroline Glick, un grande risultato per l’Iran (http://www.jewishworldreview.com/1017/glick101917.php3).

E’ verosimile che la scelta sia stata fatta su pressione delle gerarchie del Pentagono e del Dipartimento di Stato, che da molti anni sono influenzati da temi “progressisti” e in particolare sono ancora dominate da personale cresciuto negli anni di Obama. Ma è stato Trump a scegliere in questo ambiente e non fuori e contro di esso come aveva annunciato, il suo ministro degli esteri Rex Tillerson, il suo ministro della difesa James Mattis, il suo consigliere per la sicurezza nazionale Herbert Raymond McMaster: gli ultimi due ex generali, il primo ex manager Exxon. Le prime scelte di Trump erano state diverse, più capaci di rovesciare la disastrosa politica obamiana. Ma poi il presidente sotto attacco continuo dei media e del Congresso (dei repubblicani e non solo dei democratici), ha scelto di arroccarsi dando spazio a figure che rappresentano la continuità. E oggi la continuità in Medio Oriente significa la prosecuzione del disastro, gli spazi aperti per la Russia e l’Iran, vecchi alleati importantissimi come Egitto e Arabia che si rivolgono alla Russia per tutelare la loro sicurezza. E la tragedia dei curdi.

Qualcosa del genere del resto sta avvenendo anche in Europa, dove le élites obamiane (e bergogliane e merkeliane) cercano di contrapporsi alla incerta leadership americana, contando di rovesciarla prima o poi e gli stati che sono contrari come Trump alla politica della snazionalizzazione per via di immigrazione e della distruzione degli stati nazionali ad opera dell’Unione Europea, appoggiati con molte buone parole dall’amministrazione americana non si sentono garantiti e paradossalmente cercano l’amicizia della Russia, pur essendo state vittime del suo imperialismo fino a trent’anni fa. Così l’Ungheria e la Repubblica Ceca, anche se non la Polonia, per una tradizionale diffidenza dello strapotente vicino russo.

In questa situazione c’è poco da fare, se non sperare che Trump non si rassegni a farsi manipolare dai suoi nemici. Per Israele però si ribadisce una lezione essenziale: non è possibile delegare la propria sicurezza a nessuno. Potrebbe succedere, speriamo di no, ma non è improbabile che succeda che lo stato ebraico sia attaccato dalle stesse forze che stanno oggi reprimendo i curdi: l’Iran e i suoi satelliti, con la copertura russa e il benevolo accordo turco. E’ probabile in questo caso che gli stessi responsabili dell’inerzia americana di oggi (i vertici del complesso politico-mediatico-diplomatico-militare) spingeranno per tenere un atteggiamento analogo. Probabilmente non con la stessa compattezza, perché nel Congresso e nelle Forze armate (non al Dipartimento di Stato o nei media che contano) vi sono dei sinceri amici di Israele e Trump stesso è certamente più sensibile.

Ma l’atteggiamento americano è tutt’altro che certo, anche con questo presidente amico. E certo le forze internazionali schierate ai confini con Libano e Siria non si frapporranno. Per carità di patria, non parliamo dell’Europa. Israele dunque deve fare da sé, non può contare sulla “comunità internazionale” o sui suoi alleati. Come accadde nel ‘48, nel ‘56, nel ‘67, nel ‘73, quando gli appoggi esterni furono pochi o nulli. Per capire le mosse di Netanyahu, la ricerca di alleanze non tradizionali, il contatto frequente con la Russia, l’attenta misura di dissuasione e non intervento in Siria, l’investimento tecnologico sulle Forze Armate bisogna capire che Israele sa che potrebbe essere solo ad affrontare un attacco complesso, con missili da Hezbollah, Hamas e Iran, attacchi di terra da Libano, Siria e Gaza, un’ondata terroristica in Giudea e Samaria, la “neutralità” di Russia, America, Europa. Questo è lo scenario da incubo per i pianificatori israeliani, per cui il paese si prepara e flette i muscoli, proprio perché vuole evitarlo. Si vis pacem, para bellum, cosa che purtroppo i curdi non hanno fatto.

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