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Informazione Corretta Rassegna Stampa
12.10.2017 Gli ebrei americani e la Guerra Civile
Analisi di Giuliana Iurlano

Testata: Informazione Corretta
Data: 12 ottobre 2017
Pagina: 1
Autore: Giuliana Iurlano
Titolo: «Gli ebrei americani e la Guerra Civile»

Gli ebrei americani e la Guerra Civile
Analisi di Giuliana Iurlano

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Un cimitero in Virginia per soldati ebrei caduti con la Confederazione durante la Guerra Civile

Lo scoppio della guerra civile americana trovò la comunità ebraica divisa su due fronti contrapposti, ma nello stesso tempo unita contro le discriminazioni che i volontari, sia unionisti che confederati, dovettero subire. Il loro legame trasversale era duplice, perché costituito sia dal comune amore per la nazione americana, sia dal comune sentimento di appartenenza alla comunità ebraica. Per questo, quando i due presidenti – Lincoln e Davis – effettuarono la chiamata alle armi dei volontari, molti ebrei furono tra i primi a rispondere, convinti di dover lottare ancora una volta per una causa giusta, sia che si trattasse del diritto legittimo e costituzionale alla secessione, sia che si pensasse di dover mantenere a qualunque costo l’unità americana. Spesso la risposta alla chiamata alle armi spaccò in due intere famiglie, che, però, alla fine della guerra si ricomposero senza eccessivi traumi; altre volte, invece, gli ebrei trovarono una voce univoca nella comune risposta alle discriminazioni, mal tollerate per il semplice fatto che essi – a differenza di quanto accadeva negli stessi anni in Europa – godevano pienamente dei diritti civili ed economici e progressivamente anche di quelli politici, già riconosciuti a livello federale dal presidente Washington sin dall’agosto del 1790.

Tali discriminazioni si configurarono sostanzialmente in due forme: la prima, quella della mancata nomina dei rabbini tra le file dei due eserciti; la seconda, invece, relativa all’emanazione del noto Order n. 11 del generale Ulysses S. Grant. Riguardo al primo aspetto, gli ebrei fecero capire sin da subito che si aspettavano di essere trattati esattamente come tutti gli altri partecipanti al conflitto e, per questo, esercitarono delle pressioni sui rispettivi governi, sia al Nord che al Sud, affinché venissero estesi anche ai rabbini gli stessi benefici garantiti al clero cristiano per la funzione di cappellano militare, funzione che – secondo la normativa vigente – doveva essere ricoperta da “un ministro regolarmente ordinato di una denominazione cristiana”. Mentre il comando confederato provvide prontamente a cancellare la parola “cristiano”, dimostrando, almeno in teoria, di non adottare misure discriminatorie nell’esercito, all’interno dell’Unione la modifica legislativa venne varata solo nel luglio del 1862 e dopo un iter controverso, talvolta ostacolato anche dal rifiuto di “to preach politics” sostenuto dall’editor di “The Israelite”, Isaac Mayer Wise, un importante rabbino riformato dell’Ohio. E, tuttavia, anche l’impegno di non fare politica dal pulpito fu accantonato nel momento in cui i diritti e l’onore degli ebrei furono messi in discussione.

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Pionieri ebrei in America a metà Ottocento

L’altro aspetto riguardò il generale Grant, comandante del dipartimento del Tennessee, che stava per assediare Vicksburg, una roccaforte dei confederati ritenuta strategicamente molto importante e da cui passava il commercio illegale di cotone e di oro destinato ai secessionisti. Poiché la proibizione di tale trasporto da parte di molti speculatori (alcuni dei quali ebrei) non aveva avuto successo, Grant operò un’artificiale generalizzazione, emettendo un decreto di espulsione degli ebrei da Cincinnati e da Paducah, una città del Kentucky alla confluenza del Tennessee e dell’Ohio. Probabilmente Grant non era né un vero antisemita, né un pervicace giudeofobo (tant’è vero che, diventato presidente, nominò proprio un ebreo, Benjamin Peixotto, come console americano in Romania e il generale Edwin S. Salomon come governatore del Territorio di Washington), ma sicuramente sul suo decreto influì il pregiudizio antiebraico, che, soprattutto in momenti di crisi e di tensione, riappariva regolarmente in tutte le società, compresa quella liberale americana. Il decreto, che colpiva gli ebrei in quanto “classe”, provocò la reazione immediata della comunità, i cui rappresentanti chiesero e ottennero un incontro con Lincoln, da loro definito “padre Abramo”, che fece immediatamente revocare il decreto. Quando Lincoln fu assassinato, l’intera comunità ebraica americana, compresi gli ebrei degli Stati secessionisti, si strinse in un commosso ricordo per la “perdita che l’umanità aveva subìto” e le sinagoghe furono listate a lutto, mentre la poetessa ebrea americana Emma Lazarus gli dedicò un’ode. Poco importava se il presidente aveva sostenuto politicamente la causa unionista e ne era stato il massimo rappresentante: nell’ora della sua morte, tutti gli ebrei lo compiangevano commossi, testimoniando così al mondo di sentirsi, sopra ogni cosa, americani.


Giuliana Iurlano è Professore aggregato di Storia delle Relazioni Internazionali presso l'Università del Salento


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