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Il Sole 24 Ore Rassegna Stampa
16.04.2017 Israele: centro di ricerca del mondo
Analisi di Elena Comelli

Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 16 aprile 2017
Pagina: 9
Autore: Elena Comelli
Titolo: «Centro di ricerca del mondo»

Riprendiamo dal SOLE24ORE di oggi, 16/04/2017, a pag.9, con il titolo "Centro di ricerca del mondo", l'ottima analisi di Elena Comelli.

Dedichiamo questo articolo a quegli ignorantoni - pochi, per fortuna- che di recente hanno cercato di impedire la cooperazione fra il Politecnico di Torino e le università israeliane. Altrochè apartheid, si informino i cretinetti, e poi si diano una calmata, il futuro si chiama Israele.

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Elena Comelli                          Avi Hasson

L'obiettivo è diventare il centro di ricerca del mondo. Israele spende il 4,3%del Pil in ricerca e sviluppo - più di Paesi campioni dell'innovazione come Svezia, Svizzera o Germania - con una forte prevalenza di investimenti privati sui contributi del governo, che coprono appena il 5% delta torta. Le decisioni strategiche su come impiegare questi fondi e centrare l'obiettivofanno capo a Avi Hasson, Chief Scientist del ministero dell'Economia: «il mio ruolo è inserito nel dicastero che si occupa dello sviluppo economico, non della scienza o dell'educazione, perché la mia missione è trasformare Israele in un hub internazionale della ricerca e farne un volano di crescita per tutto il Paese», spiega Hasson, 46 anni, da sei in questo ruolo. In parte, la missione è già compiuta. Israele ha più società quotate al Nasdaq di qualsiasi altro Paese, tranne gli Stati Uniti, e più investimenti in venture capital di Germania e Francia. La bilancia commerciale è in attivo proprio grazie all'alta tecnologia, che costituisce oltre il 50% dell'export. L'economia non ha risentito della crisi globale e nel 2016 cresciuta del 4%, mentre le startup locali hanno raccolto quasi 5 miliardi di investimenti dai capitalisti di ventura. «Ricevo delegazioni da tutto il mondo, che mi chiedono come abbiamo fatto, ma non esiste una ricetta infallibile per mettere in moto una rivoluzione tecnologica», spiega Hasson. Certo è che la sua strategia non è incentrata sui contributi statali, ma sulla creazione di un ecosistema favorevole all'innovazione e al trasferimento di conoscenze dalle università alle imprese. Tutto è cominciato una ventina d'anni fa, con lo sbarco delle regine della tecnologia, in cerca di cervelli: da Ibm a Intel, da Cisco a GE, da Hp a Bosch, passando per Microsoft e a seguire anche Apple, Google, Facebook, Amazon hanno installato qui importanti centri di ricerca - oltre 300 in tutto - attingendo agli scienziati formati dalle università all'avanguardia in molti settori chiave, dalla bioinformatica all'intelligenza artificiale, dalla robotica alle nanotecnologie. Ben 34 di questi centri sono diretti da ex-alunni del Technion di Haifa, il più importante Politecnico israeliano, stabilmente nella top 20 dei dipartimenti di Computer Science del mondo e sesto per imprenditorialità e innovazione in una recente ricerca del Mit. Negli ultimi dieci anni dal Technion sono usciti tre Nobel e 42 delle 72 società israeliane quotate al Nasdaq. Non sono da meno altri istituti superiori, come il Weizman o la Hebrew University di Gerusalemme, che ha un dipartimento di intelligenza artificiale da sempre nella top ten del mondo in questo settore. Dai centri di ricerca delle multinazionali si è innescata una fioritura di spinoff, che ha trasformato il Paese in una "startup nation", con la crescita di migliaia diimprese locali. La terza fase è quella di oggi, con le startup locali che diventano campioni internazionali, come nel caso di Mobileye per l'auto a guida autonoma, fondata nel '99 da un professore di computer science alla Hebrew University, Amnon Shashua, e venduta a Intel il mese scorso per 15,3 miliardi di dollari. II prossimo passo è diventare il punto di riferimento mondiale per gli innovatori La crescita dei centri di ricerca esteri, che si è intensificata negli ultimi anni, deve andare di pari passo con lo sviluppo dello spirito imprenditoriale. «Vogliamo attrarre forze fresche con un nuovo visto mirato», spiega Hasson. La Israel Innovation Authority ha lanciato un programma chiamato Innovation Visa, che fornirà un visto per 24 mesi e incentivi a imprenditori stranieri, con un prolungamento di cinque anni se il progetto riesce a diventare una società. Hasson punta ad allargare la platea, investendo nei progetti più rischiosi, «quelli in cui il venture capital non si azzarda ad entrare», e includendo nello spirito d'impresa i cittadini arabi, che costituiscono un quinto della popolazione ma hanno una partecipazione troppo bassa al miracolo economico israeliano. La rivoluzione tecnologica non dev'essere solo un terreno di gioco per pochi eletti.

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