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Il tuo nome è una promessa, di Anilda Ibrahimi 02/08/2017
 "Il tuo nome è una promessa, di Anilda Ibrahimi“
Recensione di Giorgia Greco

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Giorgia Greco
….la letteratura è e deve essere colei che fa in modo che un fatto che ti riguarda diventi una cosa che riguarda tutti” (A.I.)

In una contingenza storica come quella attuale che vede il nostro Paese - in prima linea nel dare rifugio a persone che scappano dalla fame, dalla guerra, dalle carestie - interrogarsi fra mille contraddizioni sul significato della parola “accoglienza”, la lettura dell’ultimo romanzo di Anilda Ibrahimi, “Il tuo nome è una promessa” (Einaudi) è un’occasione preziosa per riflettere sul concetto sacro di “mikpritia”, ospitalità in albanese, un valore fondamentale per gli abitanti del Paese delle Aquile che, al pari di molte altre tradizioni, è anche una delle leggi contenute nel codice Kanun, il testo scritto da Leke Dukagjini nel XV secolo.
Mentre molti paesi europei - fra questi l’Italia – durante la Seconda Guerra Mondiale davano un solerte contributo ai nazisti nel loro progetto criminale di annientamento del popolo ebraico, rastrellando quanti più ebrei possibile, l’Albania di re Zog offriva rifugio alle famiglie ebree perseguitate e le proteggeva dalla deportazione.

Giornalista e scrittrice albanese nata a Valona nel 1972 e residente in Italia, Anilda Ibrahimi che si è fatta apprezzare a livello mondiale con il romanzo “Rosso come una sposa” (2008), storia al femminile incentrata sulle vicende delle donne di una famiglia attraverso i cambiamenti sociali della storia albanese, dall’inizio del Novecento alla società post-comunista, torna a catturare i lettori con la forza narrativa e lo stile poetico della sua prosa nel libro “Il tuo nome è una promessa”, vincitore del premio Rapallo Carige 2017.
E’ una storia d’amore, di dolore e redenzione che racconta una delle pagine più oscure della Seconda Guerra Mondiale in cui l’autrice rievoca le drammatiche vicende della famiglia Rosen, in fuga dalla Berlino nazista all’Albania di re Zog con al centro due sorelle, Esther e Abigail, destinate ad essere separate dalla Storia.
E’ “un cielo brumoso che si stende su un terreno già maltrattato dalla natura stessa” quello che accoglie all’arrivo a Tirana Rebecca, figlia di Esther, giunta da New York dopo aver accettato l’incarico dell’organizzazione internazionale per cui lavora, l’Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo.
In realtà Rebecca fugge da un matrimonio ormai logoro e pur non essendo mai stata in Albania sente una profonda affinità emotiva con quel paese dove l’ospitalità è sacra e dove la madre con i genitori e la sorella Abigail ha trovato rifugio dalla Germania nazista, con la speranza di raggiungere l’America.
Sin dalle prime pagine il lettore, catturato dalla forza narrativa di Ibrahimi, segue l’evolversi delle vicende della famiglia Rosen a Kavajë, piccola città di seimila abitanti con quattro moschee, in cui le piccole Rosen cominciano ad adattarsi, con la rapidità tipica dei bambini, ad una vita più spartana e semplice, pervasa dal calore e dall’affetto che proviene da Lule e Halim Kodra, una famiglia povera ma altruista che ha scelto di accogliere con generosità quegli ospiti meno fortunati e condividere con loro il poco che hanno. Eppure “il vento della guerra affonda i propri artigli anche nel piccolo mondo in cui la famiglia Rosen ha costruito una normalità non così lontana dalla vita vera” . Tutto muta repentinamente nel 1943 quando, dopo il proclama Badoglio, seimila soldati tedeschi conquistano i punti strategici del paese.
I Rosen si ritrovano in piena occupazione tedesca e le paure più profonde diventano realtà. Sebbene Lule abbia fatto sfollare i Rosen in campagna dal fratello Idris, una sera arrivano i tedeschi e catturano la piccola Abigail che avendo la febbre alta non aveva potuto nascondersi nel rifugio con i genitori e la deportano insieme al buon Idris, colpevole di aver nascosto degli ebrei, a Dachau. A capitoli alterni l’autrice ci racconta anche la nuova vita di Rebecca a Tirana, il suo incontro con Andi, il giovane assistente, un po’ poeta, che si scopre innamorato di lei e la segue fedelmente in ogni missione, mostrandole il volto di un Paese dalle mille sfaccettature: “ Gli edifici vecchi e fastosi risalgono all’invasione ottomana. Le piccole case basse coperte di tegole scure sono tradizionali albanesi. Poi ci sono gli edifici costruiti durante il fascismo….e infine i palazzi del comunismo, palazzi di cemento a cinque piani. Tutti uguali in tutti i paesi dell’Est.
Grigi, storti, tristi….”. Rebecca, che sta cercando una casa per far arrivare in Albania anche la figlia Sarah Abigail di dodici anni e il marito, si lascia catturare dal fascino del giovane Andi e rimane sconcertata dall’arrivo inaspettato del marito Thomas, un uomo dal quale si era allontanata per i suoi problemi con l’alcol. E’ forse un tentativo di riconquistarla?
Profonda conoscitrice della storia albanese e testimone del passato regime comunista, l’autrice ci fa rivivere con intensa partecipazione emotiva il clima di terrore che pervadeva il paese in quegli anni attraverso la storia della giovane Abigail che, tornata da Dachau, cerca di ritrovare l’ equilibro interiore, nonostante l’evidente fragilità, nella casa di Lule e Halim che la accolgono come una figlia.
Cosa ne è stato della sorella Esther? La domanda rimarrà conficcata nel cuore di Abigail per tutta la vita senza nascondere la segreta speranza di ritrovarla. Abigail si sposa con un uomo gretto e crudele, “senza nessuna passione”, colluso col regime che rende la vita un inferno a lei e ai figli Johanna e Aaron, ai quali non risparmia cattiverie e meschinità.
Nelle ultime pagine del libro Abigail trova la “strada” per fuggire insieme ai figli e raggiungere Israele. Rebecca, con profonda emozione, apprende questa storia da un documentario sugli ebrei rifugiati in Albania che il marito Thomas ha ideato per lei, dopo lunghe ricerche e interviste nel paese, “per rovesciare la fine e ricominciare”.
Sopra l’immagine che chiude il film, due bambine abbracciate con le trecce lunghe che scendono sui vestitini chiari, scorre la dedica di Thomas: “In memoria di Abigail, dedicato a sua sorella Esther che attese invano il suo ritorno”.
“Il tuo nome è una promessa” è un libro che racconta, con rara forza espressiva, di legami familiari spezzati che attraversano quasi un secolo prima di ricomporsi sotto altri cieli, ma è anche un romanzo al femminile che illumina la tenacia, il coraggio, la capacità d’amore e di sacrificio delle donne, siano esse madri o figlie, il cui legame indissolubile si cementa e trova compimento in un paese straniero, che ha saputo essere al contempo luogo di accoglienza, ultimo rifugio possibile e custode della memoria.

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