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Giorgia Greco
Libri & Recensioni
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Uri Orlev, Poesie scritte a tredici anni a Bergen Belsen 21/01/2013

Poesie scritte a tredici anni a Bergen Belsen        Uri Orlev
A cura di Sara Ferrari
Giuntina                                                                             Euro 12


C'è una memoria che vive nell'eccesso. Accumula dati, prove, racconti. Va nei dettagli, discute, esemplifica, confronta. Qualche volta, la memoria esuberante serve a ricordare meglio, spesso finisce per seppellire il passato sotto un rumore assordante e inutile. Ma c'è anche un ricordo sobrio, fatto di sottrazioni, che rinuncia a quasi tutto e si concentra su pochissimi fatti. Sui due, tre grandi dolori che bastano a saturare una vita, e su altrettante gioie, le sole che, quando vengono – se vengono – la illuminano davvero, una vita.
La memoria della Shoah è un ingranaggio smisurato, che macina senza posa i materiali più disparati. Al silenzio del secondo dopoguerra – lungo, imbarazzato, spettrale – è subentrato negli ultimi anni un proliferare inarrestabile di documenti, libri, immagini, anamnesi più o meno genuine. E se sappiamo sempre di più su quanto è successo, e sui modi e i tempi della persecuzione, non sempre sappiamo meglio. La Shoah è intrisa di assenza e oscurità, e ha un nucleo irriducibile di vuoto. Che si capisce solo togliendo e non continuando nervosamente ad aggiungere, in modo compulsivo.
Una prova convincente di questa via per difetto la può dare un poeta un po' impacciato e insicuro di sé. Non perché sia incapace, anzi. Le liriche di Uri Orlev procedono con cautela per ragioni biografiche. Scritte in ebraico, a tredici anni, di nascosto, in un lager. Sarà perché la carta era pochissima, le rime difficili da trovare, e il vitto sempre più scarso. Fatto è che ai versi un po' pericolanti di Orlev riesce, con quasi niente, quello che sfugge a tanta memorialistica piena d'ambizioni. Il dono di dire quanto basta, e neanche una frase di troppo. «Prima il coltello lasciò un graffio soltanto, / poi si conficcò di schianto / e trafisse, scavò, squarciò». È sufficiente una lama sola, e una sola ferita. Gli aggettivi non sanno curarla, il ricordo non riesce a lenirla, gli anni non la cancellano e, quasi, non l'addolciscono neppure. La cicatrice di parole, intatta, netta, vale molto. Per trovarla, bisogna portare a nudo la pelle, e aguzzare gli occhi, in silenzio. Finalmente.


Giulio Busi
Il Sole 24 Ore


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