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Manfred Gerstenfeld
Israele, ebrei & il mondo
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Trump vs Obama: quando le parole e il silenzio contano 06/06/2017
Trump vs Obama: quando le parole e il silenzio contano
Analisi di Manfred Gerstenfeld

(Traduzione di Angelo Pezzana)

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Donald Trump, Barack Obama

Le dichiarazioni pubbliche del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la sua visita in Israele sono state importanti, indipendentemente da ciò che ha detto in privato al Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e al Presidente dell’Autorità palestinese Mohammed Abbas. Tanto più importanti se guardiamo al danno delle molte dichiarazioni – o i silenzi – del suo predecessore Barack Obama e di altre Amministrazioni prima ancora, che hanno causato a Israele. Trump è molto criticato in Usa per la sua imprevedibilità, soprattutto da parte di coloro che si erano augurati la vittoria elettorale di Hillary Clinton. Ma questi attacchi non diminuiscono il valore di quanto ha detto in Israele. Contrariamente a Obama, con Trump alle parole seguono i fatti. Obama vedeva il mondo musulmano in modo distorto, eccessivamente positivo, lo era già capito all’inizio del suo mandato. Nel suo primo viaggio all’estero nel 2009, era stato in Egitto, uno stato non democratico, e venne ricevuto dal Presidente Hosni Mubarak.

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Il rapporto di Freedom House del 2008 posizionava l’Egitto – in una scala da 1 (il meglio) a 7 (il peggio)- al 5,5: “ L’Egitto è segnato in tendenza negativa a causa della soppressione della libertà di espressione nei confronti dei giornalisti, repressione delle opposizioni, dall’approvazione di emendamenti che ostacolano la capacità del potere giudiziario di controbilanciare gli eccessi di quello esecutivo” In quel viaggio Obama aveva appositamente escluso Israele, alleato degli Usa e unica democrazia in Medio Oriente, mentre non aveva criticato il regime anti-democraticato egiziano; aveva invece chiesto scusa per il “colonialismo” occidentale. Durante la cosiddetta ‘privavera araba’ non aiutò l’alleato degli Usa Mubarak, lo colpì invece alla schiena sostenendo l’opposizione. Con ipocrisia affermò che le critiche a Netanyahu gli avevano garantito credibilità quando difendeva Israele all’estero, smentito però dalla sua amministrazione che regolarmente condannava lo Stato ebraico per le costruzioni nei territori. Ignorava poi con decisione ogni legame tra islam e terrorismo, negando il sostegno che invece concedeva alla politica anti-democratica del mondo islamico.

Ammetteva di non voler usare l’espressione “ terrorismo islamico” quando parlava dell’estremismo mediorientale. L’amministrazione Obama definiva le stragi ad opera di musulmani come “ attacchi di lupi solitari”, respingendo il termine “islam estremista”. Le parole Islam, jihad, estremismo islamico, terrorismo islamico, erano stati banditi dai documenti relativi alla sicurezza nazionale americana. Gli Stati Uniti sono stati per molti anni il principale alleato di Israele. La continua critica della amministrazione Usa a Israele mentre rimaneva in silenzio sui comportamenti criminali dei suoi nemici deve essere interpretato come un segnale verso gli altri paesi, un moltiplicatore con effetti negativi. L’Europa è stata con ogni probabilità incoraggiata dai pregiudizi di Obama ad aumentare le critiche a Israele. L’etichettatura dei prodotti provenienti dai territori, pratica non applicata in casi simili ad altri paesi, è un chiaro esempio.

Dopo l’elezione di Trump a presidente, Obama si è totalmente disinteressato di Israele, un altro segnale inviato ai suoi nemici. Con Obama gli Usa si erano astenuti sulla risoluzione 2334 che condannava le costruzioni israeliane oltre la linea verde, mentre Trump gli aveva chiesto di porre il veto. Dopo la visita di Trump in Medio Oriente, ci saremmo aspettati delle analisi più approfondite dai media internazionali, mentre l’attenzione è stata posta soprattutto paragonando le affermazioni di Obama e Trump a Yad Vashem, un aspetto marginale che è diventato invece centrale. Il Washington Post ha titolato “ Un forte contrasto tra Obama e Trump sulla visita al Memoriale della Shoah”.

Trump non ha menzionato nei suoi interventi la ‘soluzione dei due stati’. Perché un presidente Usa avrebbe dovuto escludere i negoziati diretti fra le due parti? O prefigurare la creazione di un secondo stato palestinese in aggiunta a quello già esistente alla Giordania? Con l’Autorità palestinese ci sarebbe un altra entità araba corrotta con la certezza del suo fallimento. Senza contare che l’Autorità palestinese non controlla la Striscia di Gaza, un altro buon motivo per dire no alla soluzione ‘due stati’- Non ha nominato nemmeno le ‘colonie’, perché avrebbe dovuto farlo? Tutti i suoi interventi sono stati centrati sulla Guerra contro il terrorismo in Medio Oriente. Va sottolineato invece quanto ha detto sulla glorificazione dei terroristi palestinesi da parte dell’Ap che uccidono i civili israeliani, fra i quali anche cittadini americani, chiedendo a Abu Mazen di abbandonare questa criminale tradizione.

Durante la tappa europea, Trump ha seguito in pieno il proprio programma. Ha rimproverato a Bruxelles i paesi aderenti alla NATO che- 23 su 28- non ottemperano all’obbligo di versare le loro quote di finanziamento, affermando: “ E’ scorretto nei confronti dei cittadini Usa che nelle loro tasse includono la quota a favore della NATO”, un eufemismo per dire che questi paesi sono dei parassiti nei confronti degli Usa. La UE e diversi stati europei si sono spesso e con arroganza intromessi negli affari interni di Israele, per questo le parole di Trump sono state particolarmente apprezzate in Israele, anche se diversi leader europei le hanno trovate sgradevoli. Dopo il tour di Trump, molti leader europei potrebbero provare nostalgia per Obama, anche se è in parte responsabile del caos che ha travolto il Medio Oriente, dovuto alla caduta del prestigio americano nel mondo. Alan Dershowitz ha detto a proposito di Barack Obama, laureato in legge a Harvard: “verrà ricordato come uno dei peggiori presidenti per la sua politica estera, che ha dato origine a un terribile conflitto con tutti coloro che non ne condividono l’ideologia”.

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Manfred Gerstenfeld è stato insignito del “Lifetime Achievement Award” dal Journal for the Study of Antisemitism, e dall’ International Leadership Award dal Simon Wiesenthal Center. Ha diretto per 12 anni il Jerusalem Center for Public Affairs.


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