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Giovanni Quer
Israele: diritto e società
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L'astensione al Consiglio di Sicurezza Onu: le conseguenze legali e politiche 24/12/2016
 L'astensione al Consiglio di Sicurezza Onu: le conseguenze legali e politiche
Analisi di Giovanni Quer

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Il silenzio dell'amministrazione Obama nelle settimane precedenti al voto facevano presumere una svolta dal consueto veto americano contro risoluzioni anti-israeliane. L'astensione voluta da Obama riflette la visione palestinese del conflitto: gli insediamenti sono l'ostacolo alla pace, la violenza è pari a entrambe le parti. I palestinesi negano di aver fatto pressione sull'amministrazione Obama, mentre Netanyahu si è rivolto a Trump, che, in opposizione alla tradizione costituzionale americana, si è espresso sull'astensione voluta da Obama, criticandola e promettendo che le cose saranno diverse dal 20 gennaio.
Di per sé la risoluzione non introduce nulla di nuovo. I punti fondamentali sono tre: cessazione di ogni attività negli insediamenti (compresa Gerusalemme Est), nessun riconoscimento dei cambiamenti successivi al 1967, e il solito invito a entrambe le parti ad astenersi da incitare alla violenza e da commettere atti contro i civili.
I tre punti saldi della visione ormai imperante del conflitto in Medio Oriente: insediamenti illegali e ostacolo alla pace, paragone tra la violenza politica palestinese e la violenza militare israeliana.
La risoluzione era stata ideata e proposta dall'Egitto, che poi ha abbandonato l'impresa. Nuova Zelanda, Senegal, Venezuela e Malesia hanno poi preso l'iniziativa di portare la risoluzione al voto. La votazione è stata unanime - con l'astensione degli USA, criticata dai palestinesi come un inchino a Israele.
L'ambasciatrice US ha sottolineato che l'astensione è in linea con le posizioni di repubblicani e democratici sul conflitto, mentre ha precisato che Israele è trattata in maniera diversa, citando le 18 risoluzioni all'Assemblea Generale e le 12 risoluzioni al Consiglio di Sicurezza che condannano Israele - più delle risoluzioni contro Siria, Sudan, Nord Corea messi insieme.
Anche Ban-Ki Moon ha ammesso la scorsa settimana, riporta UN Watch, che Israele è trattata in maniera diversa dagli altri Stati. E la risoluzione sugli insediamenti è un'altro punto sulla lunga lista di decisioni anti-israeliane. La votazione di ieri al Consiglio di Sicurezza conferma l'ostilità generale verso Israele e in particolare quella dell'amministrazione Obama, che pur mantenendo l'alleanza militare, ha indebolito i legami diplomatici.
Ammettere che l'ONU è parziale contro Israele e poi permettere l'adozione una risoluzione che ripete esattamente gli stessi elementi anti-israeliani significa appoggiare la stessa politica che timidamente si critica.
L'ossessione sugli insediamenti, dimostrata già quando Obama ha accettato le richieste palestinesi di imporre l'interruzione delle costruzioni negli insediamenti come precondizione al dialogo, e al centro di ogni discussione sul conflitto vuol fare dei quasi 500,000 israeliani in Giudea e Samaria il punto focale del conflitto.
Ma non sono le negoziazioni la presunta via verso la pace?
La risoluzione rafforza l'oltranzismo palestinese: nemmeno la condanna della violenza può essere considerata una voce imparziale. Qualsiasi opinione si possa avere sugli insediamenti, non sono il punto centrale del conflitto, non sono l'ostacolo alla pace come si vuole etichettarli.
Le questioni territoriali si sono sempre risolte, e Israele ha dimostrato più volte la volontà di cedere territori per arrivare a un accordo. La posizione ufficiale di Unione Europea, ONU, e dell'America di Obama non fa che indebolire qualsiasi prospettiva di dialogo, disincentiva entrambe le parti a qualsiasi "concessione", mentre consolida l'idea che Israele sia un'entità anomala che può esser tollerata solo entro i cosiddetti confini 1967, senza toccare gli altri punti del conflitto: la violenza politica palestinese e la legittimità di Israele.

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Giovanni Quer

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