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Giovanni Quer
Israele: diritto e società
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Il secondo dibattito presidenziale: Clinton e Trump mostrano la futura America 12/10/2016
Il secondo dibattito presidenziale: Clinton e Trump mostrano la futura America
Analisi di Giovanni Quer

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Il confronto tra Hillary Clinton e Donald Trump

Il secondo dei tre dibattiti tra i candidati alla Presidenza degli USA è stato più un duello dai lunghi coltelli che un dibattito sui programmi politici dei rispettivi candidati. Trump ha attaccato la Clinton per mail cancellate dal contenuto estremamente sensibile, promettendo di incominciare un'investigazione nel caso in cui sarà eletto presidente; dopo aver denigrato il marito Bill per lo scandalo sessuale, ha continuato a ripetere gli stessi messaggi: riduzione delle tasse, sicurezza interna e battaglia contro l'ISIS.

La Clinton ha attaccato Trump definendolo inadatto alla presidenza, menzionando le sue uscite su donne, gruppi etnici e immigrati, ma rispondendo puntualmente alle domande del pubblico. Dai due dibattiti presidenziali emerge una figura di Trump sempre più evasivo e contorto nelle sue analisi politiche, mentre la Clinton ha una chiara visione politica interna ed estera. La questione del conflitto arabo-israeliano è al centro del dibattito nella stampa ebraica, per cui gran parte dei fedeli ai liberal si è avvicinata ai repubblicani sotto la presidenza Obama.

Pur non avendo cambiato il tradizionale appoggio a Israele all'ONU, Barack Obama ha modificato radicalmente i rapporti tra USA e Israele, con un chiaro debole per i palestinesi. Obama ha fatto degli insediamenti la questione principale del conflitto, introducendo il "congelamento alle costruzioni", dimostrando ostilità verso Netanyahu e creando un'atmosfera che ha permesso il dilagarsi del sentimento anti-israeliano in diversi circoli culturali, accademici e sociali. Il partito liberal è stato associato alle posizioni di Obama e di Bernie Sanders, che nella sua campagna ha espresso posizioni estremamente critiche di Israele guadagnandosi le simpatie dell'estrema sinistra americana - Sanders ha accusato Israele di uso eccessivo della forza militare nell'operazione "Margine Protettivo" nel 2014; ha espresso dubbi sull'incondizionato appoggio degli Stati Uniti allo Stato ebraico; e ha infine annunciato una continuità della politica non-intervenzionista di Obama sugli scenari di conflitto internazionali.

Il sentimento generale di ostilità verso Israele che ha predominato la politica di Obama, ha generato non poche preoccupazioni sul futuro delle relazioni tra Israele e USA, con un crescente spostamento delle simpatie verso i repubblicani. Hillary Clinton, tuttavia, non è né Obama, né Sanders e la domanda che molti commentatori si pongono è quale dei due candidati sarà il migliore amico di Israele? Trump usa un linguaggio populista, che mira a creare un sentimento di paura e terrore, sia per quanto riguarda l'economia sia per quanto riguarda la sicurezza legata all'immigrazione illegale - nel primo dibattito, Trump ha parlato di "devastazione", di "emigrazione in massa" delle medie e grandi imprese. Nel discutere dei seri problemi che gli USA devono affrontare riguardo all'immigrazione, Trump si concentra tuttavia sull'origine etnica degli immigrati, siano essi "messicani" o "musulmani". Il suo linguaggio che include commenti etnici attrae le simpatie dei gruppi razzisti e antisemiti americani dai quali Trump non si è mai sufficientemente dissociato - limitandosi a dire che non può esser accusato di antisemitismo perché la figlia si è convertita all'ebraismo secondo il rito ortodosso.

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Ciononostante Trump gode del supporto di importanti figure dell'ebraismo americano, preoccupati del rapporto con Israele. Il suo consigliere su Israele, l'avvocato David Friedman, non nasconde le sue posizioni contro la soluzione del conflitto secondo la formula dei due Stati e in favore degli insediamenti in Giudea e Samaria. Ma tanto basta per definirlo amico di Israele? Nel secondo dibattito presidenziale, Trump ha dimostrato di non maneggiare con sufficiente profondità i problemi del Medio Oriente. Prima ha definito l'asse Iran, Russia e la Siria di Assad quali maggiori nemici degli Stati Uniti. Poi però si è contraddetto: parlando dell'organizzazione dello Stato Islamico come principale problema da risolvere, ha sottinteso un appoggio a Iran, Russia e alla Siria di Assad perché tutti e tre "combattono l'ISIS". Trump ha anche giustamente criticato l'appoggio ai ribelli, perché "non si sa chi siano". In un altro commento sull'operazione militare di Mosul, Trump ha attaccato la strategia militare favorendo un intervento segreto che in breve tempo potrebbe eliminare le forze IS dall'Iraq. Le risposte poco elaborate si sono concentrate più che altro contro Obama e mirate a colpire la Clinton quale membro dello stesso campo politico.

Hillary Clinton ha dimostrato, al contrario, tutta la conoscenza del Medio Oriente e l'abilità politica acquisite in anni di carriera. La Clinton si è espressa contro un intervento armato di terra, favorendo invece un appoggio dei curdi, i più vicini alleati nel panorama complesso di alleanze-lampo che cambiano direzione come il vento nel nuovo Medio Oriente dominato da Stati collassati. Conscia del fatto che l'appoggio ai curdi può causare animosità con la Turchia, la Clinton ha definito la sua idea di alleanza, che comprende tutto il mondo sunnita che vuole combattere l'organizzazione IS. Il rafforzamento dell'alleanza con il mondo sunnita che comunemente viene (alle volte ingenuamente e spesso erroneamente) definito "moderato" (cioè i tradizionali alleati dell'Occidente, che comprendono l'Egitto di al-Sisi, la Giordania, e l'Arabia Saudita), può riassestare il Medio Oriente con conseguenze benefiche per Israele, come già dimostrano le timide aperture di alcuni Stati arabi verso lo Stato ebraico.

Altra questione fondamentale che il dibattito ha trattato è l'accordo sul nucleare iraniano. Trump lo ha definito il più stupido, dannoso e sbagliato accordo mai firmato dagli Stati Uniti. Non si è dilungato in analisi politiche né ha proposto alternative. La Clinton non si è allontanata dalla linea politica di Obama, ma la sua attività politica personale dimostra opposizione all'accordo sia com'è stato concepito sia nella fase di implementazione. Come hanno dichiarato Aaron David Miller e Laura Rosenberger, entrambi collaboratori della Clinton al Dipartimento di Stato, è dubbio che un simile accordo sarebbe stato firmato fosse stata la Clinton Presidente degli Stati Uniti ed è da prevedere un sistema di vigilanza dell'accordo molto più ferreo che ha avuto modo di articolare in alcuni suoi discorsi da aprile. Chi appoggia la candidata Clinton confida nella sua storia politica riguardo Israele e la comunità ebraica americana, che ha un record molto positivo.

Hillary Clinton ha sempre intrattenuto rapporti cordiali e positivi con tutti i politici israeliani, rimanendo saldamente legata alla soluzione dei due Stati. Non si è mai espressa in termini di "occupazione" israeliana e non ha mai preso posizioni così fermamente anti-israeliane sugli insediamenti - il che fa pensare a una posizione molto più aperta alle trattative sulla sovranità dei territori rispetto alla posizione di Obama di contrarietà assoluta alla presenza israeliana in Giudea e Samaria. E' stata la Clinton a operare perché il Magen David Adom fosse ammesso alla Commissione Internazionale della Croce Rossa ed è stata la prima esponente politica a esprimersi fermamente contro la campagna BDS - segnali di una politica più favorevole a Israele.

Entrambi i candidati hanno espresso poca chiarezza riguardo alla politica immigratoria dal Medio Oriente. Trump aveva in passato suscitato scalpore per aver annunciato di voler chiudere le frontiere a migranti musulmani "finché non si chiarisce cosa diavolo stia succedendo". Alla domanda posta da una ragazza musulmana dal pubblico sull'islamofobia, i due candidati hanno espresso posizioni contraddittorie. Trump è tornato sui propri passi: ha condannato l'islamofobia e ha espresso l'intenzione di imporre controlli più ferrei sull'immigrazione, accusando la Clinton di non riconoscere il problema dell'Islam radicale. Hillary Clinton, per parte sua, ha rassicurato un approccio pluralista verso tutte le comunità, allineando l'islamofobia alle altre forme di xenofobia che lacerano la società americana, dichiarando un impegno a combattere la violenza jihadista, il reclutamento di americani nelle schiere dell'organizzazione IS così come ogni forma di pregiudizio anti-islamico.

Nessuno dei due candidati ha espresso una posizione articolata sulla questione islamica, pur non mancando esempi di terrorismo jihadista interno. In un altra occasione, Hillary Clinton ha fatto cenno alla questione dei diritti delle donne nel mondo, e anche nel mondo islamico, per cui ha lavorato in qualità di Segretario di Stato, dimostrando di riconoscere il problema, senza però dilungarsi sulla questione. Nei due casi, il politicamente corretto ha prevalso sulle più profonde analisi che riguardano la questione islamica. Al di là delle frecciate personali sulle dichiarazioni fiscali, sul trattamento irresponsabile di materiale coperto dal segreto di Stato, sugli scandali famigliari, i due candidati sono usciti poco vincitori dai due dibattiti.

Il linguaggio da taverna di Trump, che fa leva sulle paure del popolo riguardo ai cambiamenti etnici molto significativi che la società americana attraversa e sulle aspettative degli industriali americani, è anche quell'elemento che permette un clima di ostilità verso le minoranze. Non a caso dopo il dibattito, su twitter si sono evolute discussioni omofobe contro uno dei moderatori, Anderson Cooper, per la sua presunta parzialità in sfavore di Trump.

Il linguaggio pluralista e politicamente corretto della Clinton gioca sul clima di fratellanza e pluralismo che Obama ha creato sin dalla prima campagna elettorale, benché non abbia fatto cenno ai problemi legati all'immigrazione illegale e all'immigrazione dal Medio Oriente.

I sostenitori di Trump vogliono credere che nominerà le persone adatte ai principali ruoli di politica estera e della difesa, creando una situazione che riporterà l'America alla guida del mondo e riprenderà la vicinanza a Israele. Questo però non spiega come Trump possa assestare i danni causati dalla dirigenza di Obama senza una chiara politica mediorientale, riducendo i problemi del Medio Oriente all'ISIS e limitando i problemi della politica interna all'immigrazione illegale dal Messico. I sostenitori della Clinton sono convinti che riuscirà a rattoppare le mancanze dell'amministrazione Obama sia in politica interna sia estera, con un diverso approccio verso Israele, con una illuminata politica verso il Medio Oriente e una devozione ai diritti umani non multiculturalista. Quel che rimane dubbio però è come la Clinton abbia intenzione di applicare la stessa politica agli Stati Uniti, dopo aver dichiarato di voler accettare più migranti dal Medio Oriente, senza accennare al fatto che la stessa scelta politica ha fatto esplodere il jihadismo in Europa.

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Giovanni Quer


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