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Giovanni Quer
Israele: diritto e società
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La Polonia e le leggi sulla Shoah 08/09/2016
La Polonia e le leggi sulla Shoah
Analisi di Giovanni Quer

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I funerali dopo il pogrom di Kielce, in cui centinaia di ebrei vennero massacrati da polacchi dopo la Shoah

Di recente la Polonia ha adottato una legge che criminalizza la definizione dei campi di sterminio come campi di sterminio o concentramento "polacchi". Questa legge segue un dibattito politico sulla memoria polacca della Shoah. Il presidente Duda in due occasioni ha ammesso i crimini dei polacchi nei massacri del 1941 e del dopoguerra, attirando le critiche degli ultra-nazionalisti. In un cambio di direzione, in un'intervista alla radio RMF in luglio, la Ministra dell'Educazione Anna Zalewska è stata incalzata dall'intervistatore Robert Mazurek quando ha rifiutato di ammettere che sono stati polacchi a uccidere gli ebrei di Jedwabne e Kielce, parlando di "circostanze storiche complesse".

Dopo la caduta della cortina di ferro, l'ondata di nazionalismo ha tentato di frenare le influenze europee sullo studio della Shoah. La memoria nazionale ufficiale fa passare i polacchi per vittime dei nazisti. Lo si capisce ancora visitando Auschwitz, dove nel blocco dedicato all'invasione nazista della Polonia, si legge chiaramente che i nazisti hanno ucciso milioni di polacchi "in maggioranza ebrei". Il silenzio dei regimi comunisti sulla Shoah è continuato anche dopo la caduta della cortina di ferro, diventando la politica storica ufficiale della Polonia.

La vittimizzazione degli Stati occupati dai nazisti non è una novità - compresa l'Italia. La Polonia però ha il vantaggio di non aver avuto delle milizie locali di collaborazionisti, come in Ungheria, Romania, Italia, Croazia e nei Paesi Baltici. Nella classificazione razziale nazista, i polacchi erano destinati alla schiavitù, per servire la razza ariana. I polacchi non sono stati invitati a unirsi ai nazisti nell'immane, organizzato e meticoloso sforzo dello sterminio. I polacchi lo hanno fatto volontariamente. Nel luglio e agosto del 1941, inebriati dall'arrivo dei nazisti, i polacchi hanno massacrato più di mille ebrei. Tra i massacri più atroci si ricordano Jedwabne, Wasosz e Bzury - Jan T. Gross ha scritto un libro proprio su Jedwabne, intitolato "I carnefici della porta accanto".

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I carnefici della porta accanto (Mondadori ed.)

Una volta che i nazisti hanno imposto il loro dominio sulla Polonia, i polacchi hanno vissuto sotto una regime simile all'apartheid (trasporti separati, zone di abitazione esclusivamente ariane precluse, ecc.). Eppure sono stati proprio i polacchi a denunciare gli ebrei, per facilitare ai nazisti il lavoro di identificazione degli ebrei, come descrive bene lo storico Christopher Browning. Un altro mito della memoria storica polacca è l'accusa contro gli ebrei di essere stati dei collaborazionisti dei bolscevichi. Sarebbero quindi giustificati l'odio e la violenza anti-ebraiche per le violenze che i sovietici avevano perpetrato contro i polacchi nelle zone occupate. Un vecchio stereotipo antisemita descrive gli ebrei come l'incarnazione del bolscevismo, ma il vero scopo di questa politica storiografica è la negazione di quasi due secoli di antisemitismo, che si è manifestato in violenze anti-ebraiche in tutta la storia polacca.

La nuove generazioni di ricercatori, storici e giornalisti polacchi tenta di costruire una coscienza storica polacca che fa i conti con il passato. Libri, interviste, dibattiti, trasmissioni, mostre, cerimonie e pubblicazioni sulla vita ebraica, l'antisemitismo polacco e le violenze contro gli ebrei stanno costruendo una nuova coscienza storica che ammette le responsabilità polacche nello sterminio degli ebrei. Due recenti pubblicazioni hanno acceso un dibattito sulla memoria di Bialystok, città che era interamente ebraica, e che nel 1945 è stata "ripopolata" di soli polacchi, e su Kielce, il grande pogrom contro i sopravvissuti alla Shoah nel 1946. Parlare però di "campi di sterminio polacchi" è diventato un crimine. La legge tenta di ridefinire la centralità della responsabilità tedesca nella Shoah, servendo gli interessi dei nazionalisti che hanno ancora problemi a parlare dell'antisemitismo che pervade così tanto la cultura polacca, da manifestarsi ancora nella lingua e nella cultura.

Il verbo wyżydzić (ebreare) è utilizzato da chi presta qualcosa a qualcuno: "mi ha ebreato 20 zloty" si sente dire. Nelle bancarelle dei mercatini si vedono pupazzetti o dipinti della mitica figura "żyd z pieniążkiem", un ebreo ortodosso con una bella moneta in vista, da appendere in casa perché porti prosperità. La legge polacca, come le leggi che criminalizzano il negazionismo della Shoah, risponde alla volontà di definire una politica della memoria che infonda una precisa coscienza storica e nazionale. L'intervento del legislatore nelle politiche di memoria di per sé dimostra che una società ha una malattia. Solitamente è l'amnesia cronica della Shoah che ha spinto i parlamenti a prendere misure per fermare le epidemie negazioniste. In Polonia pare essere il contrario, cioè la determinazione a scrollarsi di dosso la responsabilità di una collaborazione allo sterminio che non ha preso le vie ufficiali delle camice nere, nelle croci frecciate, delle volonterose milizie che hanno dato una mano ai nazisti, ma ha dato sfogo a un odio antisemita che tormenta la cultura polacca da almeno due secoli.

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Giovanni Quer


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