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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Il fallimento dell'approccio liberale 06/08/2017
 Il fallimento dell'approccio liberale
Analisi di Mordechai Kedar

(Traduzione dall’ebraico di Rochel Sylvetsky, versione italiana di Yehudit Weisz)

Risultati immagini per islam come religione

È innegabile che il governo israeliano abbia ceduto di fronte alla determinazione religiosa del fronte musulmano nella controversia sul Monte del Tempio.
Ci sono volute meno di due settimane di violenza per costringere Israele ad ammettere l’errore commesso dal suo Consiglio dei Ministri e da tutti gli esperti con i quali si era consultato: non essere riuscito a prevedere il dispiegamento del fronte islamico in risposta alle misure di sicurezza disposte all’entrata del Monte del Tempio e alle porte della Città Vecchia .
Non c'è dubbio che il fatto che Israele abbia dovuto fare marcia indietro sia stato umiliante e che abbia concesso una vittoria significativa ai nemici di Israele.
In un disperato tentativo di porre fine alla violenza, le fonti delle pubbliche relazioni israeliane hanno pubblicato un documento che mostra misure di sicurezza simili alla Mecca ed a Medina, dove nessun musulmano si lamenta o protesta contro i controlli dei sauditi. Sembra che sperassero che i musulmani qui avrebbero accettato l’ispezione degli ebrei, esattamente come fanno i pellegrini sull’Aji a La Mecca, passando i controlli dei sauditi.

L'errore di base del governo e delle sue pubbliche relazioni è stato nel pensare che un magnetometro a Gerusalemme sia lo stesso di quello alla Mecca ignorando due differenze fondamentali:
1. i sauditi sono musulmani e gli israeliani sono ebrei, secondo il Corano “figli di scimmie e maiali”, “assassini di profeti” e "oggetti dell'ira di Allah", la loro religione è un falso credo, il che significa che in nessun modo può essere loro permesso di ispezionare i musulmani, la cui religione è l'unica vera.
2. il mondo islamico riconosce l’egemonia della famiglia reale saudita su Mecca e Medina, mentre non c'è neppure uno straccio di riconoscimento dell’egemonia ebraica sul Monte del Tempio.

Ma il fallimento del governo deriva da qualcosa di assai più insidioso di un semplice errore di giudizio: nasce dall’approccio liberale che ha dominato il pensiero di grandi settori della società israeliana – da destra a sinistra - così come avviene secondo il modo di pensare di tutte le società occidentali. Questa concezione liberale, intrinsecamente laica, afferma che la religione non deve avere alcun peso nel mondo moderno e anche se sembra averne una parte,cioè da noi.
L'Occidente liberale e laico dobbiamo qui respingerlo ai margini, insieme ai suoi rappresentanti e alle istituzioni, alle leggi e alle abitudini, e al ruolo che esso ha in tutti gli aspetti della vita in Medio Oriente. Gli ambienti liberali rifiutano di riconoscere il ruolo della religione nella nostra regione; la violenza viene spiegata con fattori tangibili come persecuzione, occupazione, povertà, disoccupazione.
Un liberale è incapace, e forse non è disposto, a capire che ci sono persone sulla Terra il cui mondo delle idee è diverso dal suo.

Ecco perché i liberali concordano con le parole che il deputato della Knesset, Ilan Gilon (del partito Meretz), ha detto quando ha criticato le mie opinioni: “Tutti vogliono più felicità e meno sofferenza”. Tutti, secondo Gilon, comprendono musulmani ed ebrei religiosi. Rifiuta di accettare che per i credenti i comandamenti religiosi siano più importanti della felicità personale e collettiva, che siano disposti a soffrire nell’applicazione dei comandamenti, convinti che esprimano la volontà divina. L’aggiunta della felicità e la riduzione della sofferenza sono l’ultimo dei loro desideri.
Ogni volta che sono intervistato dai media, cerco di convincere gli ascoltatori che le origini del conflitto tra i nostri vicini e noi sono di tipo religioso; perché la religione islamica vede l’ebraismo come una falsa religione, il che significa che gli ebrei devono dipendere dalla misericordia musulmana e non possono essere padroni della loro vita.

Il tema religioso ha un elemento nazionalista: i nostri vicini non accettano la definizione degli ebrei come popolo, ma li vedono come comunità separate che appartengono a tutti i Paesi in cui si trovano, Paesi in cui gli ebrei, che vivono attualmente in Palestina, devono tornare. Il nostro territorio, la Terra d'Israele, è in realtà “Palestina”, di proprietà dell’Islam sin dalla conquista islamica del VII secolo, e, come è noto, ogni Paese ha un biglietto d’ingresso all’Islam, ma non c'è modo di uscirne.
Ciò spiega perché la conquista della"Palestina" da parte di persone di una falsa religione - che comunque non sono veramente un popolo - non può essere accettata dai fedeli all'Islam.
Quando sui media cerco di descrivere la delegittimazione di Israele attraverso gli occhi degli islamici, ottengo una risposta standard da ogni intervistatore: “Non trasformare il conflitto nazionale e territoriale in uno religioso!” Io? Sono io che sto cambiando il conflitto in un conflitto religioso?
Il problema è che la maggior parte degli intervistatori laici più liberali, vanno in confusione quando devono affrontare argomenti religiosi, perché non hanno né gli strumenti cognitivi né gli strumenti psicologici necessari per affrontare questioni religiose, ed in particolare quelle che causano sofferenze; non accettano neppure di ascoltare una descrizione degli elementi religiosi riscontrabili nell’attuale conflitto.

Una delle persone che “mette costantemente in guardia” il pubblico israeliano per non permettere alla situazione di “degenerare in un conflitto religioso”, è Tzipi Livni.
Questo avvertimento è diventato un mantra che la Livni ripete ogni volta che le si porge un microfono. Mi aspetterei che un avvocato rispettato e di talento, che un tempo occupava posizioni chiave del governo israeliano, dovrebbe avere in qualche modo più familiarità con i materiali utilizzati per costruire le barriere d’odio con cui i nostri nemici ci hanno circondato e di comprendere come il dominio dell’elemento religioso è stato utilizzato nei loro processi decisionali. Ma Tzipi Livni è in buona compagnia, in quanto stimo che la maggior parte degli israeliani sedicenti liberali o laici, soffrono dell’identico problema: un'incapacità intellettuale e psicologica ad entrare nella mente di un vero uomo di fede, di qualcuno la cui vita - e nel caso dell'Islam, anche la cui morte - è orientata a fare ciò che crede si attenda da lui il proprio Dio.

Shimon Peres, Yossi Beilin, Alon Liel e molti altri liberali credevano che gli Accordi di Oslo avrebbero spinto in un angolo l’odio dei musulmani nei confronti dello Stato ebraico e che Arafat, che loro consideravano un "laico", sarebbe stato capace di gestire Hamas e il Jihad islamico, due organizzazioni terroristiche religiose islamiste , senza l'interferenza della Corte Suprema e delle ONG per i diritti umani, "senza Bagatz e senza B'Tselem” furono le parole spesso ripetute da Rabin durante l’euforia dei giorni di Oslo nel 1993. Credevano davvero che Arafat fosse liberale, laico, progressista e moderno - proprio come loro - perché, dopo tutto, pronunciava belle parole di pace e regalava loro persino dei sorrisi.

Questa incapacità liberale a capire, non è limitata solo agli israeliani, ma si riscontra in tutta Europa e negli Stati Uniti. Molti Stati occidentali semplicemente si rifiutano di credere che i musulmani, almeno molti fra loro, immigrino in Occidente per islamizzarlo, non importa se ci vorranno decine o centinaia di anni per farlo. Questa spiacevole verità sulla migrazione islamica appare in molti libri, opuscoli, articoli, prediche, interviste ed è esplicitamente scritta sui cartelli nelle manifestazioni, affinché il liberale occidentale non debba affaticarsi troppo per cercare delle prove. Ma perché confondere le proprie teorie liberali con fatti che non c’entrano per nulla? Un liberale crede nelle libertà di espressione, di opinione e di stampa.

La reazione del mondo islamico ad una serie di vignette che criticano l'islam, apparsa sul Jyllands Posten in Danimarca, è stata una violenta esplosione che è costata la vita a più di 50 persone. Il liberalismo del settimanale francese Charlie Hebdo è costato la vita di molti dei suoi redattori e il liberale che ha prodotto il film "The Innocence of Muslims", ha scatenato una grande ondata di proteste in tutto il mondo musulmano. Tutto questo non cont niente, i liberali continuano a credere che l’ideologia liberale curerà tutti i mali del mondo, anche se in un primo momento ciò farà infuriare i musulmani, spingendoli all’estremismo e a conseguenti distruzioni, omicidi e terrorismo.
Il liberalismo ha liberato l’uomo occidentale dai vincoli della famiglia e del matrimonio. In Occidente sempre meno uomini e donne contraggono il matrimonio tradizionale, con una conseguente drastica riduzione del tasso delle nascite, ne consegue che fra qualche generazione, le nazioni europee saranno relegate allo status di iniziative museali.
Ma cosa può interessare tutto questo ad un liberale, la cui preoccupazione principale è dove e con chi si divertirà questa sera?

La conclusione è chiara: quando i liberali gestiscono un mondo che è in gran parte ancora legato alla tradizione e alle religioni, in particolare all’Islam, il risultato inevitabile è una lunga catena di errori e disastri che porteranno il mondo in un abisso senza fondo.
I Paesi occidentali, a cominciare da Israele, devono scrollarsi di dosso i loro sogni liberali per affrontare la realtà di un mondo in cui la religione è l’attore principale, anche se questa realtà contraddice i valori del liberalismo su cui sono state cresciute ed educate generazioni di filosofi, scienziati, giuristi e politici.
Prima ci risvegliamo, più rapidamente apprenderemo come funziona la mentalità religiosa e saremo in grado di interiorizzare la realtà che ci circonda, tanto più i nostri sforzi saranno coronati dal successo.

 

Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
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