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Mordechai Kedar
L'Islam dall'interno
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Egitto: in arrivo i Fratelli Musulmani ? 26/11/2011

Egitto: in arrivo i Fratelli Musulmani ?
Analisi di Mordechai Kedar
(Traduzione dll'ebraico di Danielle Elinor Guez e Menahem Macina, a cura di Angelo Pezzana)
da MAKOR RISHON 

                                                                        Mordechai Kedar

La rivoluzione popolare egiziana, esplosa il 25 gennaio 2011, è riuscita, dopo tre settimane di manifestazioni di protesta, con morti e feriti, a scacciare il presidente Mubarak prima che riuscisse a trasmettere il potere a suo figlio, provando così che lo Stato non è un bene di famiglia, ma appartiene a tutti gli egiziani.

 Da quando Mubarak non è più al potere, gli egiziani si chiedono dove stia andando la rivoluzione. Le risposte fanno riferimento a due estremi, quello religioso, rappresentato dal movimento dei Fratelli Musulmani e dal partito “ Libertà e Giustizia”,  quello laico, presente in un certo numero di movimenti con diversi orientamenti politici.

Dopo la caduta di Mubarak, l’esercito prese il potere e sospese la Costituzione per un periodo di sei mesi, con l’intenzione di indire le elezioni parlamentari per poter trasmettere il potere a un governo civile. La grande maggioranza degli egiziani ha calcolato allora che l’esercito, sotto la guida del generale Tantawi, avesse bisogno di almeno un anno e mezzo per trasferire senza problemi il potere ad un governo civile. I primi sei mesi sono scaduti in agosto, ne sono trascorsi altri tre, ma finora non si sa nemmeno se le elezioni si terranno il 28 novembre.

Sono due le tendenze politiche che connoteranno i deputati del futuro parlamento: da un lato la corrente religiosa islamista, dall’altro quella laica liberale. Entrambe si ritengono depositarie della rivoluzione e non hanno alcuna intenzione di affrontare le elezioni in condizioni che potrebbero portare al potere la parte avversa. Pur avendo opinioni opposte sul futuro del paese, tutte e due le parti si trovano d’accordo sul fatto che l’esercito deve trasmettere il potere ai civili il più presto possibile. Entrambe temono che l’esercito, malgrado le dichiarazioni dei suoi capi, intenda continuare a dirigere il governo anche dopo, così come sono d’accordo a impedire che tutto finisca in un semplice passaggio di poteri, dai ‘vecchi ufficiali’ dell’era Mubarak, agli ufficiali della generazione successiva.

Le componenti, laica e religiosa, temono pressioni straniere: i laici hanno paura dell’arrivo di una teocrazia, stile talebano, nella quale ai ladri verranno tagliate le mani, le donne sospettate di adulterio lapidate, così come temono l’intervento dell’ Iran, che sta inondando di denaro i gruppi islamisti.
Gli ortodossi islamici, invece, mettono in guardia contro un intervento dei paesi occidentali, che sostengono le forze laiche anche a costo di lasciare il potere all’esercito. Molti egiziani temono che il generale Tantawi manovri segretamente per far tornare al potere il “Partito Democratico Nazionale” di Mubarak, e forse persino la liberazione dei figli di Mubarak, con il progetto di metterli a capo del futuro governo, in modo da garantire il potere reale nelle mani degli ufficiali, quelli che di fatto l’hanno sin dal luglio 1952.

Questi timori potrebbero essere reali, vista la durata interminabile del processo a Mubarak e ai suoi figli, e anche perché è stata presentata dall’esercito una proposta di legge che se approvata, porterebbe il loro potere al di sopra di quello del governo.

La crudeltà e la violenza che caratterizzano le azioni messe in atto dall’esercito dopo la presa del potere nel febbraio scorso, superano quelle dell’epoca Mubarak, fatto che accresce la sfiducia della popolazione sulle intenzioni dell’esercito. Nelle manifestazioni di massa a Piazza Taharir all’inizio di questa settimana, gli striscioni che reclamavano la cacciata di Tantawi ricordavano quelli contro Mubarak. Tantawi si è rivolto ai manifestanti per cercare di calmarli, assicurando che l’esercito non aveva alcuna intenzione di controllare il potere. Ma la sua credibilità è crollata in questi mesi e nessuno crede più alle promesse della giunta militare.  In più la situazione economica si fa sempre più difficile, aumentando la frustrazione della gente, che vede annullate le speranze nate con la rivoluzione.

 Nel mondo arabo molti seguono con grande inquietudine quel che avviene in Egitto, in particolare dopo quanto è successo in Tunisia, dove il partito islamista ha ottenuto il 40% dei seggi in parlamento, più del doppio di quanti ne ha avuti il partito laico più votato. I religiosi egiziani si sentono stimolati dal successo dell’islam in Tunisia, mentre i laici si rendono conto che i religiosi controllano anche la loro vita privata. I due raggruppamenti parlano di “furto della rivoluzione”: i religiosi credono che la rivoluzione deve prendere la strada dell’islam e imporre la Sharia allo Stato, altrimenti la rivoluzione verrebbe ‘rubata’ dai laici.
Questi ultimi, invece, si oppongono al ‘furto della rivoluzione’ da parte dei religiosi e aspirano a uno Stato moderno, aperto e liberale. Entrambi cercano poi di impedire ai militari di annullare la rivoluzione e restaurare il potere di Mubarak sotto un altro nome.

Così i timori che preoccupano tutti gli egiziani sono stati l’elemento principale dell’inizio delle manifestazioni di questi ultimi giorni, che hanno provocato la reazione violenta, terribile, dell’esercito e della polizia. Sono stati una cinquantina i morti in questi scontri, più di 1500 i feriti, tanto che il governo egiziano ha accettato di fare un passo indietro per calmare i dimostranti, per poter continuare a preparare le elezioni del 28 novembre, nella speranza che si possano svolgere pacificamente.
Ma l’atmosfera è in ebollizione e nessuno crede che le elezioni si terranno alla data fissata. I giornali egiziani e arabi riflettono i timori che preoccupano in questi giorni gli egiziani e le popolazioni del mondo arabo.
 Ecco alcune valutazioni:

I Fratelli Musulmani
Vogliono le elezioni alla data stabilita, sono bene organizzati e pronti. In questi anni hanno lavorato in organizzazioni civili con l’obiettivo di aiutare i poveri ad affronatare le difficoltà quotidiane, riuscendo a mettere un funzione un sistema strutturato e bene organizzato, scegliendo i candidati da far eleggere fra i loro membri più conosciuti. In più, accompagnano i cittadini a votare, esercitando un controllo sul funzionamento dei seggi elettorali.
Dopo le elezioni in Tunisia, la cacciata del tiranno in Libia e la prevista partenza degli americani dall’Iraq, i Fratelli hanno il vento in poppa. Chiedono elezioni trasparenti e oneste per evitare manipolazioni da parte di elementi a loro ostili – l’esercito e i laici – come accadeva ai tempi di Mubarak.
Invitano le altre forze ad accettare il risultato delle elezioni, qualunque esso sia, sicuri come sono di ottenere la maggioranza dei seggi in parlamento, persino una maggioranza assoluta che gli permetta di governare senza altri partiti. Elezioni trasparenti e oneste, dicono, garantiranno anche i laici, che così eviteranno di mettere in discussione il risultato.
In base a questa scelta di tipo ‘moderno’, i Fratelli invitano gli elettori a votare ‘in funzione dei loro bisogni e non per l’appartenenza’, quindi non tenere conto dei legami famigliari, ma eleggere chi lo merita. Secondo loro, delle elezioni oneste sono la continuazione diretta della rivoluzione, come il popolo l’ha voluta. Si oppongono anche strenuamente a che l’esercito permetta candidature di personaggi provenienti dal regime di Mubarak.
Le reazioni dei Fratelli Musulmani alle elezioni in Tunisia, che hanno visto il partito islamista guadagnare la maggioranza dei seggi, riflette l’attitudine dell’islam politico.

 Il presidente americano Obama ha annunciato la fine della guerra in Iraq e il ritiro delle forze americane per la fine dell’anno. Questa decisione segue un lungo dibattito e burrascose trattative che riproponevano il mantenimento di una presenza americana permanente in Iraq, necessaria per i profondi cambiamenti avvenuti nel mondo arabo.

Questa è la ‘filosofia’ dei Fratelli Musulmani:
“ il ritiro, pur arrivando tardi, riflette due verità:
1) le guerre non risolvono i problemi fra le nazioni (allusione all’Iran), né fra le culture, per cui la decisione del ritiro conferma il fallimento degli scontri di civiltà e la scelta della guerra per risolvere differenze e conflitti.
2) Visto che il dissenso esiste in quanto caratteristica essenziale che Allah ha creato nell’uomo, tocca ai paesi e ai governi realizzare una struttura adatta ( non le Nazioni Unite, dominate dai paesi occidentali) senza che organizzi le relazioni senza essere a favore dell’uno (l’Occidente) o dell’altro (l’Iran e gli altri paese arabi e islamici). L’avvenire deve basarsi sul reciproco rispetto e la condivisione degli interessi legati alla pace, alla sicurezza e alle questioni economiche “.
(le note fra parentesi sono dell'autore. N.d.T.)

Israele

Da notare l’assenza di qualunque riferimento a Israele e al trattato di pace, motivata da:
1) i risultati delle elezioni in Egitto non si possono ancora conoscere, ed è possibile che i Fratelli non ottengano la maggioranza dei seggi in Parlamento, questo impedirebbe la cancellazione del riconoscimento dello Stato ebraico e il trattato di pace.
2) I Fratelli sanno bene che l’annullamento degli accordi di pace con Israele susciterebbero nel mondo occidentale grandi problemi riguardo alla stabilità dell’Egitto, preoccupazioni che potrebbero nuocere agli investimenti nell’economia egiziana.
A causa della rivoluzione, gli investimenti stranieri sono quasi completamente scomparsi in Egitto, e se i Fratelli vogliono rilanciare l’economia egiziana, completamente paralizzata, è meglio che si astengano dal mettere in forse la stabilità dei rapporti con Israele. Il tasso di disoccupazione in Egitto è attualmente sul 50% (!), e i Fratelli sanno che se non riusciranno a risolvere in fretta questo problema, gli egiziani li riterranno responsabili del disastro economico, o almeno, se non interamente, di certo della mancata soluzione. Sono dunque coscienti della assoluta necessità di far ripartire l’economia subito dopo le elezioni, la rottura dell’accordo di pace non sarebbe utile per raggiungere questo obiettivo.

Le forze laiche
 D’altra parte, le forze laiche temono che i rappresentanti dell’estremismo islamico, anche nella versione ‘attenuata’ dei Fratelli Musulmani, possano impadronirsi del controllo del paese, imponendo una legislazione religiosa.
Il Dr Youssef El Qardawi, il porta-parola più importante oggi dell’islam politico, è accusato dei laici egiziani di portare il paese verso l’instaurazione della Sharia, che cancellerà i diritti di 10 milioni di copti, obbligherà le donne a restare chiuse in casa, perché “il miglior luogo per la donna è la sua casa” (secondo una massima del profeta Maometto).
La tappa successiva saranno il taglio delle mani ai ladri e la lapidazione delle adultere. Gli esempi di governo islamico che i laici hanno davanti sono quelli dell’ Afghanistan dei talebani e quello dell’Iran degli ayatollah. Non vogliono vivere in nessuna di queste versioni dell’islam politico, per cui pensano “ora o mai più”: se non riusciranno in questi giorni a formare un governo democratico, non islamico, saranno costretti ad andarsene dall’Egitto, come hanno già fatto milioni di copti, a causa dell’islamismo crescente nell’Egitto di questi ultimi decenni.

In questi giorni l’Egitto sta entrando in un tunnel oscuro, al fondo del quale c’è una luce, ma non sappiamo da dove provenga: sarà la luce dello sviluppo e della libertà, oppure i fari di un treno che arriva a tutta velocità…

Mordechai Kedar è lettore di arabo e islam all' Università di Bar Ilan a Tel Aviv. Nella stessa università è direttore del Centro Sudi (in formazione) su Medio Oriente e Islam. E' studioso di ideologia, politica e movimenti islamici dei paesi arabi, Siria in particolare, e analista dei media arabi.
Link:
http://eightstatesolution.com/
http://mordechaikedar.com/


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