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Ugo Volli
Cartoline
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Il pericolo più grande 01/11/2017

Il pericolo più grande
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

con il dovuto rispetto alle molte persone intelligenti e preparate che si occupano di sondaggi e in primo luogo al bravo e acuto ricercatore Renato Mannheimer, devo confessare che non mi fido molto dei dati che emergono da queste consultazioni, non solo perché so bene che taluni mentono agli intervistatori per i più diversi motivi e molti comunque ammorbidiscono le loro posizioni se le sentono come fuori dal coro; ma soprattutto perché molta gente non fa quel che dice e non dice – neppure a se stessa – quel che fa, insomma evita di chiarire davvero le proprie posizioni e si rifugia nel vago o semmai in quel che ritiene essere il parere più diffuso. Dunque, come si è visto spesso, i sondaggi servono solo in parte a prevedere i comportamenti elettorali e al massimo possono indicare delle tendenze, dei problemi, dei punti sensibili che non hanno rappresentanza politica sufficiente.
Ma spesso, proprio per questo, possono servire.

Per esempio, Israele e i pericoli che corre lo stato ebraico.
Il primo pericolo, lo sanno tutti, è l’Iran con i suoi dipendenti, come Assad, Hezbollah, Hamas. Israele ne parla e da tempo lavora con energia per difendersene, ottenendo successi sia militari che diplomatici in questo senso.
Poi il palestinismo: molto rappresentato sui media, posto al centro dell’attenzione da chi vuol dimostrare l’illegittimità dello stato ebraico, autore di attentati che senza dubbio producono lutti e indignazione. Ma ormai da tempo incapace di rinnovare la propria strategia, fermo sui vecchi rifiuti, guidato da individui corrotti e impresentabili, ha perso buona parte della propria capacità di azione.

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Israele starebbe dunque assai bene, se non ci fosse un altro problema di cui si parla poco e che è sottolineato da un sondaggio appena uscito dell’American Jewish Commettee, un organismo importante nella galassia delle organizzazioni ebraiche americane. E’ intitolato “sondaggio sulle opinioni degli ebrei americani 2017” (https://www.ajc.org/survey2017 ) ed è decisamente preoccupante.

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Il gran bugiardo

Ne esce fuori che la netta maggioranza degli ebrei americani (il 57%) si considera tutt’ora dopo otto anni di Obama e la progressiva affermazione degli estremisti di Sanders sopra i fallimentari resti delle forze di Hillary Clinton, mentre solo il 15% si dice repubblicano; o che il 54% sostiene di essere tanto o abbastanza liberal (che in America vuol dire di sinistra più o meno estrema), il 22% si definisce centrista e altrettanto più o meno conservatore; che l’anno scorso il 64% votò per Hilary e il 18% per Trump, al contrario degli israelo-americani: sono dati che rispecchiano le posizioni di una comunità di poveri immigrati, rimaste immutate da un secolo e mezzo.

Ne consegue un’opinione sulla presidenza Trump ancora più negativa del voto: il 77% ha un giudizio negativo e solo il 21% positivo. Il fatto è che questa disapprovazione si estende anche al modo in cui Trump tratta le relazioni con l’Iran, almeno in parte avvicinandosi alle posizioni israeliane (26% favorevoli e il 68% contrari) e anche quelle con Israele (40% favorevoli e il 54% contrari).
Il problema è che lo stesso schieramento si estende anche sulle politiche israeliane: gli ebrei americani sono divisi quasi esattamente a metà (45 contro 44) sul modo in cui Netanyahu gestisce il rapporto con l’America, ritengono, con una maggioranza abbastanza decisa (55 contro 40) che uno stato palestinese vada costituito immediatamente “nella situazione attuale”, cioè includendo Hamas nel governo.
La domanda più rivelativa riguarda lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, che in sostanza significa il riconoscimento dell’appartenenza della città santa a Israele, uno sviluppo che sarebbe decisivo nelle dinamiche del Medio Oriente, perché stabilizzerebbe lo stato di fatto stabilito dalla Guerra dei Sei Giorni, 50 anni fa: Favorevoli allo spostamento sono solo il 16%, contrari seccamente il 44%, disposti a considerare lo spostamento “in seguito, a seconda degli sviluppi delle trattative di pace con i Palestinesi”, cioè a dare ad Abbas la chiave di Gerusalemme il 36%.

Insomma il distacco politico da Israele della comunità ebraica più grande del mondo, con numeri grosso modo equivalenti alla stessa popolazione ebraica israeliana è molto chiaro, nonostante il fatto che l’80% dica che essere ebreo è molto o almeno un po’ importante nella sua vita e che un numero analogo, il 72% concordi sull’idea che preoccuparsi di Israele è una parte significativa del proprio essere ebreo. E’ abbastanza evidente che però l’appartenenza politica conti di più di questo legame,o suggerisce di interpretarlo in maniera coerente alla propria ideologia piuttosto che alle scelte autonome degli israeliani.

Fra le ragioni che il sondaggio rivela di questo atteggiamento vi è il fatto che la metà degli ebrei americani non sono mai stati in Israele e un altro quarto solo una volta e che dunque le loro opinioni sono fortemente mediate da una stampa prevalentemente ostile; e anche il fatto che solo il 9% si definisce ortodosso, il 16 % “conservative”, il 31% reform e ber il 39% “solo ebreo”, il che probabilmente significa privo di legami comunitari; ma che il sondaggio rivela anche una notevole insofferenza per il predominio del rabbinato ortodosso in Israele: il 56% ritiene che questo fatto indebolisca i legami con Israele, il 76% ritiene che tutte le correnti religiose ebraiche dovrebbe essere ugualmente riconosciute (anche se in Israele reform e conservative sono pochissimi) e il 68% vorrebbe che fossero riconosciute tutte le conversioni.

Insomma, il distacco c’è e i dati mostrano che è crescente. Per Israele, che ha sempre contato sull’appoggio dell’ebraismo americano e sulla sua capacità di influenzare la politica estera americana, è un pericolo grave. Se oggi alla Casa Bianca c’è un presidente amico di Israele, questo accade nonostante il voto ebraico, come quando, fino all’anno scorso, governava un nemico come Obama, costui aveva l’appoggio dell’elettorato ebraico. E’ un paradosso su cui occorrerà a Israele non solo meditare, ma cercare di agire urgentemente.

 

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