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Ugo Volli
Cartoline
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E’ l’ora dell’indipendenza curda 27/09/2017
E’ l’ora dell’indipendenza curda
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

come sapete nei giorni scorsi si sono svolte diverse consultazioni elettorali. La prima e la più nota è stata quella tedesca, di cui i giornali e anche noi di Informazione Corretta abbiamo parlato in abbondanza. La seconda, di cui si è parlato pochissimo, è stata l’elezione dei senatori francesi, svoltasi in maniera indiretta, cioè con un elettorato attivo composto da rappresentanti delle comunità locali, in cui Macron ha subito una dura sconfitta, appena pochi mesi dopo la sua “trionfale” elezione: un altro segnale d’allarme per chi pensa a un’Europa diretta dall’alto con un traino franco-tedesco.

Ma la votazione più importante di tutte, di cui tanto per cambiare la stampa ha dato poche notizie è stata il referendum curdo svoltosi lunedì nei territori curdi liberati dello stato iracheno, in cui la posta era l’indipendenza, cioè la costituzione di un nuovo stato curdo. La consultazione è stata un successo, con 3.440.616 elettori che hanno votato su 4.581.255, cioè circa i tre quarti dei voti (che è molto perché nel paese curdo ci sono anche parecchi arabi che si sono astenuti per delegittimare la consultazione) e una vittoria schiacciante del Sì, al 93% (http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2017/09/26/iraq-93-vota-si-indipendenza-kurdistan_c817467a-9e91-45e8-95f7-fe734817bb0f.html). Un risultato tanto più notevole in quanto opposto al rifiuto assoluto dei possibili interlocutori. Non lo voleva l’Iran, che ha una minoranza curda che potrebbe voler aderire al nuovo stato; si è opposto con toni violentissimi la Turchia, per la stessa ragione, lo ha sabotato con minacce e boicottaggio il governo iracheno che è sciita, sotto l’influenza dell’Iran e vuole mantenere il controllo del territorio disegnato cent’anni fa dagli anglofrancesi e soprattutto sui campi petroliferi della regione curda. Ma si sono opposti anche gli Stati Uniti (“non è il momento”) e l’Europa (idem), la Russia protettrice dell’Iran, la Cina che si rifornisce di petrolio soprattutto da Iran e Iraq, il consiglio di sicurezza dell’Onu. Insomma, tutti, salvo Israele che vede con simpatia la volontà di indipendenza del popolo curdo.

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La festa per l'indipendenza kurda

Viene ovvio confrontare questo rifiuto con il sostegno così vasto alla costituzione di uno stato “palestinese”. Perché progressisti e pacifisti, statisti e rivoluzionari, trovano così urgente appoggiare i palestinisti e invece trovano quantomeno inopportuna e magari criminale e reazionaria l’indipendenza curda? Bisognerebbero chiederlo a loro compresi i palestinisti che non hanno mai mostrato il minimo impulso di solidarietà coi curdi, che pure sono musulmani. La risposta è probabilmente quella che ha dato il governo iracheno, pensando di fare propaganda: “Non vogliamo un’altra Israele in Medio Oriente.”

In effetti delle somiglianze ci sono, più politiche che storiche. I curdi sono un popolo antico (era curdo per esempio il Saladino vincitore delle crociate) non arabo ma di lingua indoeuropea imparentata con il farsi e l’armeno, da molti secoli sottomesso ma non domato dai turchi. Gli era stato promesso uno stato al trattato di Sévres del 1920, ma poi l’offensiva di Ataturk aveva annullato le promesse della potenze occidentali. E i turchi, nonostante abbiano adoperato i curdi come manodopera criminali nel genocidio armeno (triste vicenda su cui c’è stato un riconoscimento e una richiesta di scuse da parte della leadership curda attuale), sono stati a loro volta massacrati sistematicamente dal potere turco, che non vuole riconoscere che un terzo del proprio territorio e della propria popolazione appartiene a un’etnia diversa. I curdi sono stati indotti da Bush padre a ribellarsi contro Saddam durante la prima guerra del Golfo e poi vilmente abbandonati alla vendetta di Saddam, che ne ha gasati a decine di migliaia. Ora sono stati usati di nuovo dall’America contro l’Isis, ma di nuovo lasciati soli al momento buono.

C’è dunque una differenza etnica e linguistica rispetto al contesto, una ragione storica della pretesa alla statualità, vi sono debiti di sangue che il mondo ha nei confronti di questa popolazione. Ma i curdi hanno la sfortuna di possedere sul loro territorio campi di petrolio e l’altra, ancora maggiore, di essere suddivisi fra quattro stati (Iran, Iraq, Siria, Turchia) e dunque di presidiare posizioni strategiche ai loro confini. In questo momento sono uno degli ostacoli maggiori al progetto iraniano di costruire un legame diretto con il Mediterraneo, passando per l’appunto sui territori curdi di Iraq e Siria, sulla strada verso il Libano. Di più, in un mondo dominato dall’islamismo e da dittature feroci, sono laici e democratici: hanno per l’appunto come modello Israele, rispettano i diritti delle donne, sono sulla strada della democrazia (almeno quelli iracheni, su quelli turchi aleggia l’ombra del PKK, che è un partito comunista con una storia di terrorismo, magari giustificato dalle circostanze ma indubitabile).

Dunque ci sarebbero tutte le ragioni perché l’Occidente appoggiasse uno stato curdo, che emergerebbe dalla guerra civile che ha profondamente destrutturato il vecchio assetto coloniale del Medio Oriente e resi insensati i vecchi confini. Ma per vigliaccheria nei confronti dell’Iran, per conservatorismo politico, per cinismo non lo fa. Non lo fa nemmeno l’America di Trump, che avrebbe molte ragioni di simpatia per i peshmerga, i combattenti curdi che sono stati la sua fanteria contro l’Isis. Non mi sembra improprio pensare che la scelta sia stata più dei ministeri degli esteri e della difesa, ancora profondamente obamiani, che di Trump stesso.

Con notevole coraggio la leadership curda ha deciso di andare avanti nonostante tutti i buoni consigli e i ricatti. Anche in questo c’è una somiglianza con la storia di Israele, che proclamò l’indipendenza benché circondato dagli eserciti arabi e consigliato da tutti i benpensanti di aspettare un momento migliore, di scegliere una soluzione di compromesso, un altro protettorato dopo quello britannico, una federazione… Ben Gurion si assunse un’immensa responsabilità storica nel proclamare lo stato, ed è chiaro oggi a tutti che aveva ragione. E’ difficile capire che cosa accadrà ai curdi. Probabilmente dovranno combattere, saranno attaccati dai loro carnefici di sempre, Iran Iraq Turchia. Se ce la faranno, non solo raggiungeranno il loro obiettivo storico, ma cambieranno completamente la geopolitica del Medio Oriente e dunque la politica mondiale. Se invece saranno sconfitti, sarà una grande strage, l’ennesima della loro storia. Speriamo siano forti abbastanza da evitarla. Comunque ci hanno insegnato un’altra volta che in politica internazionale e certamente nel Medio Oriente, ognuno deve pensare a se stesso, non può fidarsi di amicizie, simpatie, garanzie internazionali. E anche questa è una lezione che Israele conosce bene (anche se alcuni suoi pretesi amici no).

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Ugo Volli - clicca sulla copertina del libro per tutte le informazioni e procedere all'acquisto

PS: Alcuni accostano il referendum curdo a quello organizzato dal governo regionale catalano. Comunque la si pensi, sono situazioni non paragonabili. Perché la Catalogna è parte di una democrazia, quella spagnola, costruita faticosamente quarant’anni fa dopo una terribile dittatura. E nel patto fondativo di quella democrazia, votato e sottoscritto anche dai catalani, c’è una larga autonomia regionale ma anche l’unità dello stato. Perché in Spagna c’è una magistratura indipendente, un parlamento che funziona, un contesto pacifico e prospero. Perché c’è un modo legale di cambiare le cose, senza colpi di forza e violazioni della legalità. Insomma è tutt’altra storia.


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