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Ugo Volli
Cartoline
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Un incontro importante 23/08/2017

Un incontro importante
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

a destra: l'incontro a Soci, Russia

Cari amici,

in politica internazionale e ancor più nella storia bisogna distinguere fra i fatti significativi e il folklore. Sono significativi quei fatti che modificano radicalmente i rapporti di forza, pongono sfide all’esistenza degli stati e dei popoli, interagiscono coi loro interessi concreti e permanenti. Folklore o magari applausi in sala, sono la maggior parte dei “movimenti popolari”, la manifestazioni, le petizioni, le mobilitazioni. Certo, i fatti significativi emergono spesso nella forma del folklore (per esempio lo scontro di civiltà fra Occidente e Islam genera fenomeni folkloristici come i videodiscorsi di Osama Bin Laden o le esecuzioni coreografate dall’Isis) e peraltro movimenti che appaiono folkloristici possono incontrare interessi profondi di un popolo, generando effetti significativi: chi di coloro che assisterono ai primi congressi del movimento sionista a Basilea avrebbe seriamente sottoscritto la profezia di Herzl, sullo stato ebraico in procinto di nascere fra cinque o cinquant’anni? Eppure aveva ragione lui, almeno sulla seconda data…)

Insomma la distinzione fra problemi storici e rumore propagandistico è sfumata, ma va tenuta presente per comprendere. Bene, io credo che il movimento palestinista sia quasi sempre stato per Israele non un problema storico vero, ma piuttosto una questione appartenente al folklore o se volete alla propaganda.
Il palestinismo fu promosso dai paesi arabi (e dall’Urss) come un corpo di ausiliari utile per creare una quinta colonna in Israele e divenne importante per loro solo quando essi decisero che la guerra frontale non era un mezzo realistico per distruggere Israele, come strumento per continuare a tenere sulle spine il nemico ebraico sul piano della sicurezza interna e (sempre più dopo il tragico errore commesso da Rabin a Oslo) su quello della legittimità internazionale.

I palestinisti hanno compiuto numerosissimi crimini molto dolorosi per il popolo ebraico, ma non sono mai stati un pericolo vero per l’esistenza di Israele. Oggi questo è ancora più vero. Il pericolo “esistenziale” non viene né da Gaza né da Giudea e Samaria e neanche dai consessi internazionali, ma soprattutto non viene più da Egitto, Arabia e Giordania. Le minacce all’esistenza di Israele vengono da Nord, dal Libano e dalla Siria, entrambi paesi prevalentemente controllati oggi dall’Iran e dai suoi satelliti (Hezbollah, Assad), anche se in Siria la situazione è ancora molto complessa (http://jcpa.org/future-partition-syria-overview/ )

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La grande strategia dell’Iran consiste nell’aprirsi la strada attraverso l’Iraq e la Siria (sconfiggendo i “ribelli” e possibilmente anche i kurdi debolmente protetti dall’America e fortemente assaliti dalla Turchia), verso il Mediterraneo e i confini di Israele, dove già hanno avanguardie. Questo è oggi il problema storico di Israele. E’ anche un’opportunità, perché solo in seguito all’opposizione comune all’ambizione imperialistica dell’Iran si è attenuata l’ostilità del fronte sunnita che difende lo status quo (Egitto, Arabia, paesi del Golfo salvo il Qatar).
E però il pericolo è grave, perché l’Iran è un grande stato, erede della Persia che ha governato su queste terre a lungo in particolare da tremila anni fa.

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Ma c’è un ma, e questo ma si chiama Russia, che è da un lato la grande protettrice dell’Iran e dei suoi satelliti (solo per causa del suo intervento Assad sta vincendo la guerra civile). Ma con l’Iran ha anche divergenze importanti (http://www.huffingtonpost.com/entry/convergences-and-divergences-between-russia-and-the_us_59865f5ae4b0f2c7d93f5665 ) perché i loro progetti sulla regione non coincidono (http://orient-news.net/en/news_show/130234/0/Russias-interests-and-the-Iranian-project-in-the-region ) e anche per una tradizione di diffidenza e inimicizia (http://carnegie.ru/2016/08/18/russia-and-iran-historic-mistrust-and-contemporary-partnership-pub-64365 ).

Al contrario, fra Israele e Russia ci sono difficoltà dovute all’antico odio sovietico per lo stato ebraico, che ha alimentato per decenni l’antisemitismo comunista in tutto il mondo e anche in Italia. Ma vi sono anche ragioni di comprensione, come il fatto che in Israele vi è circa un milione di russofoni (la più grande minoranza originaria dalla Russia fuori dai confini dell’ex Urss, che l’ideologia attuale di Mosca impone di tutelare) e un rapporto di buona comprensione fra Netanyahu e Putin. C’è dunque una tensione fra alleanze divergenti e la volontà di non scontrarsi.

Questo spiega perché oggi si svolga il quinto incontro (se non sbaglio) in poco più di un anno e mezzo fra i due leader. Netanyahu è andato a Soci sul Mar Nero, per cercare di convincere Putin a tener conto delle preoccupazioni israeliane sugli ultimi sviluppi della situazione siriana, con le zone di de-escalation, di cui una al confine di Israele, che gli strateghi israeliani temono possa diventare un santuario protetto dai russi per lo stabilirsi di basi strategiche di Hezbollah e Iran (http://www.jpost.com/Israel-News/Politics-And-Diplomacy/General-Netanyahu-to-warn-Putin-of-consequences-of-crossing-red-lines-503089 ). E’ una preoccupazione serissima (http://www.israelhayom.com/site/newsletter_opinion.php?id=19743 ), perché non riguarda il folklore come la faccenda dei metal detector al Monte del Tempio, di cui Netanyahu si è liberato proprio in vista di arrivare non ricattabile a discutere questo problema.

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Gli esperti non sono molto ottimisti: è difficile, dicono, che Putin accetti il punto di vista israeliano e la richiesta di sbarrare la strada all’influenza iraniana sulla Siria (https://www.algemeiner.com/2017/08/21/putin-unlikely-to-allay-netanyahus-concerns-over-iranian-presence-in-syria-at-upcoming-sochi-parley-expert-says/ ). Troppo grande è la scommessa strategica della Russia sul Medio Oriente per farla piegare alle esigenze israeliane. E la Siria è il punto centrale di questa iniziativa, nello spazio aperto da Obama, che finora Trump non è stato in grado di colmare. D’altro canto Israele non ha la minima intenzione di affidare la propria sicurezza alla protezione russa, perché in generale ha imparato di poter far conto solo su se stessa e in particolare non vi è dubbio che il primo alleato dello stato ebraico sia l’America non più governata dal nemico Obama e avversario strategico della Russia.

E’ probabile che Netanyahu userà la sua credibilità con Putin (parte della sua capacità diplomatica, che è una grande risorsa per Israele, checché ne dica chi vorrebbe privarsene per antipatia o ideologia) per ottenere accordi specifici: per esempio libertà d’azione sul territorio di confine, senza suscitare reazioni russe, il che richiede di rafforzare un coordinamento operativo che già esiste. O la garanzia che a Hezbollah non saranno consentite armi avanzate e offensive dal confine siriano dove stazionano truppe russe. O ancora che i movimenti israeliani visibili sui radar avanzati russi non saranno passati in diretta ai nemici. Accordi locali, insomma, che violando gli schieramenti stabiliti vanno negoziati e chiariti al livello dei leader, anche perché dalle dichiarazioni sembra che i quadri diplomatici e militari alti siano molto più ostili a Israele di Putin.

E’ chiaro che di questi accordi non avremo notizia esplicita nei comunicati dell’incontro. Ma potremo capire certamente il loro clima generale. E fin d’ora dobbiamo intendere che la risorsa diplomatica più importante di Israele oggi è la sua capacità di mettersi d’accordo direttamente con i protagonisti locali (Egitto, Arabia ecc.) e i grandi leader internazionali (Usa,Russia, India, Cina), al di là del folklore delle mozioni degli organismi internazionali e delle manifestazioni, persino degli attentati palestinisti. Non confondere i due piani è essenziali per capire quel che succede in Medio Oriente.

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