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Ugo Volli
Cartoline
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Tishà beAv, ovvero il 9 del mese di Av 31/07/2017

Tishà beAv, ovvero il 9 del mese di Av
Cartoline da Eurbia, di Ugo Volli

Cari amici,

questa sera, secondo il calendario ebraico, inizia Tishà beAv, cioè il 9 del mese di Av, che è il giorno più triste e luttuoso del calendario ebraico, in cui per 26 ore circa gli ebrei osservanti digiunano e si comportano come se fossero colpiti da un lutto familiare intimo, non assumono né cibo né bevande, non possono avere rapporti coniugali, indossare scarpe vere e proprie (di cuoio), usano sedere a terra e non su sedie e poltrone normali, leggono il Libro delle Lamentazioni.
Le regole di comportamento sono in sostanza le stesse del giorno dell’Espiazione (Yom Kippur), con la differenza che quest’ultimo, avendo natura penitenziale, contiene in sé un elemento essenziale di speranza nel perdono divino per i propri peccati apertamente dichiarati e ripudiati; mentre Tishà beAv è puro lutto, perdita e rimpianto.

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La ragione di questo lutto è che alla data del 9 di Av sono associate dalla tradizione una serie di eventi luttuosi che riguardano tutti la vita del popolo di Israele e il suo rapporto con la sua terra e con Gerusalemme.
Si tratta soprattutto della distruzione del Primo Tempio di Gerusalemme, ad opera dei Babilonesi di Nabbucodonosor nel 586 prima della nostra era, di quella del secondo tempio per mano di Tito, nel 70 E.V. Ma alla stessa data è attribuita la sconfitta della rivolta contro i romani di Bar Kochbà, l’espulsione degli ebrei dall’Inghilterra nel 1290 (il primo di questi provvedimenti) e poi la scadenza dell’ultimatum di Isabella di Castiglia nel 1492 per l’espulsione dalla Spagna.

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Più importante è il primo precedente individuato dalla tradizione ebraica, cioè il “peccato degli esploratori”, quando le spie inviate da Mosè per verificare la condizioni della terra promessa ritornarono all’accampamento ebraico nel Sinai dicendo che gli abitanti erano “giganti” troppo forti per essere sconfitti ed essi si erano sentiti nei loro confronti piccoli e impotenti “come insetti”. Trattandosi di un rito religioso, non importa naturalmente la cronologia esatta, quanto la sussunzione di una serie di terribili esperienze storiche del popolo ebraico in una categoria unitaria.
Il lutto è insomma per la perdita della patria, che è il luogo assegnato da Dio per il popolo ebraico e per il proprio culto.
Gli ebrei hanno continuato a ricordare questa distruzione come una ferita personale e incancellabile da venti secoli, per quanto riguarda la distruzione romana di Gerusalemme (o ventisei, se si conta anche quella babilonese, ricordata con terribile tristezza in alcuni salmi).

Anche da un punto di vista totalmente laico, questa memoria dovrebbe impressionare. E’ come se ad Atene si celebrasse una giornata di lutto per le Termopili o a Roma per l’assedio di Roma di Porsenna: cose che si studiano a scuola o si vedono nei film, ma che non sono oggetto di memoria viva e di passione reale. Invece basta entrare fra questa sera e domani in un luogo dove l’ebraismo è vivo per vedere che il lutto è reale, condiviso, ancora bruciante.
Ciò testimonia naturalmente dell’attaccamento del popolo ebraico alla Terra di Israele e a Gerusalemme, un attaccamento personale, emotivo, conservato per millenni, che né le oppressioni romane e babilonese e musulmane e cristiane sono riuscite a eliminare, e certo non ci riusciranno le grottesche mozioni dell’Onu e dell’Unesco.

Dunque memoria storica condivisa, attaccamento alla terra, indistinzione del destino politico del popolo e della sua vocazione religiosa. Queste sono alcune delle specificità dell’ebraismo, di questa fusione di un popolo di una terra e di una fede che dura da millenni e che gli altri popoli fanno fatica a capire, preferendo pensare che l’ebraismo sia una religione, magari superata dall’universalità cristiana e musulmana, o un residuo di popolo da eliminare proprio perché residuale (così la vedevano gli illuministi), o magari un incomprensibile tribù che deve essere emancipata dal suo “torpore” e dalla sua “chiusura”.

E invece l’esperienza radicata in Tishà beAv spiega la sopravvivenza dell’ebraismo nelle condizioni più difficili del Medioevo e della Modernità, spiega il sionismo, spiega la battaglia di Gerusalemme di cinquant’anni fa e ancora di questi giorni, spiega perché sia possibile (e purtroppo sia spesso stato tentato) il genocidio del popolo ebraico, la sua eliminazione completa dalla faccia della terra; ma fino a che questa distruzione totale non sia stata raggiunta non sia invece possibile eliminare dal cuore degli ebrei Gerusalemme e la pretesa della Terra promessa.

Ci si è chiesti, dopo la costituzione dello Stato di Israele, se questo lutto non andasse abbandonato. Ma saggiamente si è deciso di no, perché l’odio e la volontà di genocidio non sono cessati, perché ancora c’è chi vorrebbe distruggere la Gerusalemme liberata e ricostruita dagli ebrei, perché il Tempio è solo un ricordo. Quando l’appartenenza di Gerusalemme al suo popolo sarà riconosciuta come quella di Roma all’Italia o di Parigi alla Francia, quando l’odio, il jihad e l’antisemitismo saranno ricordi da evocare solo per testimoniare di un passato atroce, quando il culto sarà di nuovo possibile sul Monte del Tempio e gli invasori lo riconosceranno, allora sarà il caso di terminare questo lutto.

Ma questo tempo è certamente lontano, fa parte delle speranze e delle promesse religiose. Per ora è bene usare questa giornata per riflettere: gli ebrei per riflettere sulla duplice ragione del lutto, cioè la forza che permette loro di continuare a celebrarlo, nonostante millenni di repressione e la debolezza che li ha portati tante volte a perdere il centro della loro identità.
Gli altri popoli e le altre religioni possono guardare a questa giornata come una testimonianza di identità e della fede che la sostiene, e cercare di capire qual è il rapporto speciale di Israele con Gerusalemme e la terra che la circonda.

 

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