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Ugo Volli
Cartoline
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Sondaggi e buon senso 11/06/2017

Sondaggi e buon senso
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

a destra: gli Accordi di Oslo

Cari amici,

io non sono un fedele del culto dei sondaggi. Ho abbastanza memoria per ricordare i clamorosi fallimenti nelle previsioni elettorali delle ultime campagne in Italia, sulla Brexit e così via.
E però i sondaggi elettorali sono spesso fallaci perché la gente ha paura a dire come voterà, o se ne vergogna o pensa che il segreto del voto sia un principio di garanzia forte – e quindi non dice che cosa intende fare o addirittura mente su quel che ha fatto nel segreto della cabina elettorale.
Quando si parla di opinioni invece forse le cose sono un po' diverse, c'è meno reticenza e comunque un errore di 3 o 5 punti percentuali, che falserebbe del tutto un sondaggio elettorale, non impedisce di cogliere dei segnali nell'orientamento generale di un'opinione pubblica.

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Vi parlo dunque oggi di due sondaggi recenti, uno fra i cittadini israeliani e il secondo fra quelli dell'Autorità Palestinese. Il primo è stato svolto all'inizio del mese, su commissione del quotidiano Israel Hayom, in risposta a un'altro sondaggio commissionato dal Canale 2 della televisione israeliana, da cui sarebbe risultato che un 47% (cioè una minoranza, anche se cospicua) dei cittadini israeliani, compresi naturalmente gli arabi, sarebbe ancora favorevole alla soluzione dei due stati, secondo le linee armistiziali del '49 (quelli che i giornali chiamano inesattamente "confini del '67") con scambi di territori che preservino i grandi blocchi degli insediamenti.

Interessante, deve aver pensato la direzione di Israel Hayom, ma che cosa pensano gli israeliani di Gerusalemme, che sembra l'epicentro del conflitto? Sarebbero disposti a cedere il centro storico all'Autorità Palestinese, come essa pretende e anche gli europei vorrebbero? Ecco il risultato (http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=42841 ): l'84% degli israeliani (compresi gli arabi, che sono un po' meno del 20%) non è d'accordo, solo il 16 per cento lo è. E se l'accordo implicasse la sovranità dell'Autorità Palestinese sul Kotel, quel che gli occidentali chiamano "Muro del pianto"?
Se sapeste, chiede la domanda, che non ci sarebbe mai un accordo, salvo cedere la Città Vecchia, sareste d'accordo per farlo? Con questa specificazione i contrari salgono all'87 % e i favorevoli scendono al 13%. Ma se si interroga quel 13% sulla cessione del Kotel, Il 69% di loro cambia idea e solo il 31% di loro – cioè il 4% del totale – resta favorevole.

E' un risultato che ha un margine statistico di errore consistente, ma resta la tendenza: il popolo israeliano, inclusa la minoranza araba, considera più importante conservare il controllo di Gerusalemme che concludere un accordo di pace. E' un segno di buon senso, di realismo: Gerusalemme è la concreta identità del popolo ebraico, gli accordi di pace in Medio Oriente di solito non valgono più della carta su cui sono scritti.

Il secondo sondaggio è altrettanto interessante. E' stato condotto da ricercatori arabi fra la popolazione dei cittadini dell'Autorità Palestinese nei giorni scorsi (http://www.jewishpress.com/news/eye-on-palestine/palestinian-authority-survey-returns-surprising-results/2017/06/08/ ) .
Ecco i risultati principali: • Il 66% non crede che le famiglie di prigionieri [terroristi] meritino speciali benefici finanziari. • Il 56% non si preoccupa se l’Ambasciata degli Stati Uniti sia trasferita a Gerusalemme. • Il 43% desidera che altre compagnie israeliane aprano posti di lavoro in Cisgiordania. • Il 55% vuole che il cessare il fuoco con Hamas [e Israele] continui. • Il 57% è per un approccio regionale ad un accordo [di pace].

Come vedete, la maggioranza della popolazione generale dell’Autorità Palestinese non condivide affatto le politiche estremiste dei loro dirigenti, non pensa che tutto vada sacrificato alla guerra con Israele, vorrebbe vivere una vita normale, è attenta più ai posti di lavoro che ai simboli politici, insomma vorrebbe normalizzare la situazione. Il problema è che, per il tragico errore compiuto dai pacifisti del Partito Laburista e purtroppo avallato da Rabin, stringendo quegli accordi di Oslo che importarono in Giudea, Samaria e Gaza le bande terroristiche dalla Tunisia dov’erano ingabbiate invece di mettersi d’accordo con i capitribù locali, nell’Autorità Palestinese comandano i professionisti del terrorismo, che non hanno fatto altro in vita loro se non “combattere” e non sono affatto interessati ad altro, per esempio al banale benessere economico del loro popolo (di solito invece la ricchezza loro e delle loro famiglie gli interessa, eccome).

Lo stesso avviene anche per i capi degli arabi israeliani, che eleggono regolarmente leadership ideologiche intransigenti. Ma a differenza dei loro cugini di Ramallah e Gaza essi godono di una democrazia reale e questo illustra la loro responsabilità collettiva: anche se tutti i dati mostrano che gli arabi israeliani stanno meglio dei sudditi dell’Autorità Palestinese e non sarebbero affatto disposti a scambiare lo status di cui godono con il loro, non riescono a evitare di farsi rappresentare da personaggi che considerano loro primo compito cercare di danneggiare Israele in ogni modo possibile, partecipando a flottiglie omicide, approfittando della loro immunità parlamentare per portare oggetti proibiti ai detenuti, comunicando informazioni segrete ai nemici, eccetera.

Insomma, anche se gli arabi nel territorio israeliano del ‘49, come in Giudea e Samaria, probabilmente non vorrebbero alimentare il ciclo della violenza.
Ma hanno il torto di eleggere o di subire dei dirigenti che vivono di quello e che li bombardano di propaganda bellica, con gli esiti terroristici che sappiamo.
Forse la pace da quelle parti potrà arrivare quando finalmente il buon senso delle opinioni della maggioranza che vorrebbe soprattutto vivere tranquillamente saprà imporsi alla retorica di una minoranza fanatica e prepotente.

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