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Ugo Volli
Cartoline
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Perché non c’è la pace 04/06/2017

Perché non c’è la pace
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli


Cari amici,

ormai sono ben più vicino ai settant’anni che ai sessanta, ma in vita mia non ho mai visto una guerra che colpisse l’Italia e nemmeno il cuore dell’Europa.
I Balcani sì, l’Ucraina, non parliamo del Medio Oriente, ma l’Europa vera e propria no: da 1945, 72 anni fa, non ci sono state più guerre. Non ci pensiamo, ma è un fenomeno unico nella storia.
La Belle Epoque fu detta così per il grande progresso civile legato a una pace di circa quarant’anni (fra la fine delle guerre del 1870-71 e e l’inizio della Prima Guerra Mondiale), la “pace di Augusto” fra il 21 dell’era volgare e il 180 (morte di Marc’Aurelio) in realtà fu interrotta da numerosi conflitti, a partire dalla Guerra Giudaica del 70.
Entrambi questi episodi molto lodati furono poi limitati alla metropoli europea e non riguardarono le periferie degli imperi. Bisogna chiedersi il perché di questo fenomeno.

La prima risposta è ovviamente la deterrenza della Nato, cioè degli Stati Uniti. Tutti i paesi europei occidentali salvo un paio di piccoli neutrali, sono stati protetti dall’appartenenza alla Nato e spesso da basi militari americane – che peraltro ci rifiutiamo di pagare, e ha tutte le ragioni Trump a chiedercelo.
Dove la Nato si è estesa a Est (paesi baltici, Polonia ecc.) si è estesa anche la pace. Anche se non vogliamo ammetterlo, viamo una pax americana, non una pax europea.

La seconda ragione è che i conflitti interni sono stati neutralizzati accettando lo status quo (anche dove non piaceva e sacrificava qualcuno, vedi i confini degli sconfitti nella II Guerra Mondiale come Italia e soprattutto Germania).
Insieme è stata efficacemente proibita ogni forma di incitamento all’odio e al revanscismo. Chiunque rivendicasse oggi l’Istria o l’Alsazia o l’Alto Adige o dicesse che la Germania o la Francia è il nemico storico, sarebbe immediatamente messo a tacere.

Perché vi racconto queste cose? Perché abbiamo abbastanza vicino, in Medio Oriente, l’esempio opposto. Non solo sciiti e sunniti continuano a combattersi da 1.400 anni, ma non finisce la guerra dei cent’anni degli arabi contro gli ebrei e soprattutto l’incitamento che la alimenta.
Questo è evidente innanzitutto nei territori dell’Autorità Palestinese, che, povera com’è, per esempio negli ultimi quattro anni ha pagato oltre un miliardo di dollari ai terroristi condannati e detenuti in Israele, solo perché terroristi e detenuti (http://www.tabletmag.com/jewish-news-and-politics/236115/breaking-palestinian-authority-paid-out-over-1-billion-for-terror-over-the-past-four-years ), quale che fosse l’atrocità che avevano commesso.
Anche quelli che hanno sgozzato vecchi e bambini, che hanno ammazzato neonati o ucciso a casa sua una madre che faceva i lavori di casa davanti ai suoi figli sono pagati: tanto più quanto è più grave la sentenza e dunque il reato.
Uno di loro fra l'altro è stato recentemente nominato personalmente da Muhammed Abbas nel comitato centrale di Fatah (http://www.timesofisrael.com/abbas-appoints-jailed-israeli-arab-terrorist-to-fatah-central-committee/ ).
Un'ostinazione degna di miglior causa: pensate che di fronte alla protesta dei norvegesi, e anche a quanto pare di danesi e olandesi – tutti paesi nordici certo più simpatizzanti per gli arabi che per Israele – e dell'Onu perché i loro soldi di assistenza alle donne dell'Autorità Palestinese sono stati usati per aprire un centro dedicato a Dalal Mughrabi, pluriomicida, responsabile di una strage di 37 israeliani fra cui molti bambini, che nel 1978 aprì la stagione del terrorismo sugli autobus, l'Autorità Palestinese si è rifiutata anche solo di cambiare il nome del centro (https://worldisraelnews.com/palestinians-refuse-rename-center-named-terrorist/ ).
Sarà interessante vedere se nordici e onusiani terranno duro. Lo stesso tipo di aggressivo revanscismo e incitamento si trova nei paesi vicini.
Avete forse letto sui giornali la vicenda grottesca del film "Wonder-woman" in Libano, proibito perché vi figura la bravissima attrice israeliana Gal Gadot (https://www.lorientlejour.com/article/1054324/vers-une-interdiction-au-liban-de-wonder-woman-joue-par-une-actrice-israelienne.html ; http://www.hollywoodreporter.com/heat-vision/wonder-woman-headed-big-israel-opening-as-country-rallies-behind-gal-gadot-1009261 ; http://www.tabletmag.com/scroll/236155/amid-wide-praise-wonder-woman-gets-banned-in-lebanon ).

Badate, l’autore del film non è israeliano, né lo è il soggetto, il regista, l’ambientazione; solo l’attrice, che naturalmente nelle proiezioni non compare di persona e non può fare nulla di male ai poveri libanesi. E’ interessante che la figura della wonder woman sia diventato in molti paesi e innanzitutto negli Usa un’icona femminista, per cui si sono organizzate proiezioni separate riservate alle donne… chissà come la metteranno le femminsite con l’”intersezionalità” per cui tutte le “lotte” degli “oppressi” sarebbero la stessa cosa e non si potrebbe essere femministe senza essere filopalestiniste…

Vi faccio un ultimo esempio, perché qualcuno potrebbe obiettare che questo revanscismo assurdo riguarda solo i paesi “radicalizzati”, come va di moda dire adesso, fra cui bisognerebbe però includere anche la “moderata” Autorità Palestinese (e la Giordania, di cui non vi parlo qui solo per ragioni di spazio). Questa è una storia che riguarda il “moderatissimo” Marocco, in cui – udite, udite! - sopravvivono ancora circa 2500 ebrei, l’un per cento dei 250 mila che c’erano nel 1940 (https://en.wikipedia.org/wiki/Moroccan_Jews ), comunque molti di più di quelli che ci sono nei paesi arabi come Libia, Algeria, Yemen, Tunisia, Egitto che ne ospitavano più o meno altrettanti prima della fondazione di Israele e da cui praticamente tutti sono stati cacciati con le buone o con le cattive fra il 1948 e gli anni Sessanta.

Bene, dovete sapere che il Marocco è membro candidato di un’unione degli stati dell’Africa Occidentale (CEDAO), che tiene in questi giorni il proprio congresso annuale. Era prevista la partecipazione del re del Marocco Mohammed VI, che si presenta al mondo come tollerante e filo-occidentale. Bene il re ha cancellato la propria partecipazione quando ha saputo che al congresso era stato invitato Benjamin Netanyhau, per evitare di incontrare il primo ministro israeliano (http://www.i24news.tv/fr/actu/international/146858-170602-le-roi-du-maroc-n-ira-pas-au-sommet-de-la-cedeao-a-cause-de-netanyahou ; http://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/To-avoid-bumping-into-Netanyahu-Moroccan-king-cancels-participation-in-Africa-meeting-494642 ).

E’ chiaro che un’occasione multilaterale come questa era un ottimo momento per tessere un qualche discorso di normalizzazione e di pace, favorito dall’attivismo israeliano nei confronti dei paesi africani anche musulmani che ha avuto molto successo negli ultimi anni. Ma Mohammed ha preferito di no, forse anche perché il suo governo è sotto l'influenza degli islamisti della fratellanza musulmana, che hanno vinto le elezioni l’ottobre scorso (http://www.aljazeera.com/news/2017/04/morocco-king-names-coalition-government-170405185201695.html ). Come dire: il revanscismo, l’incitamento, l’odio per Israele fanno parte ineliminabile del programma degli islamisti, anche a 5000 chilometri di distanza da Israele. E poi qualcuno si chiede perché non c’è la pace intorno allo stato ebraico.

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