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Ugo Volli
Cartoline
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Una situazione su cui ragionare 31/01/2017
Una situazione su cui ragionare
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

A destra: Benoit Hamon

Cari amici,

non ho trovato molta attenzione per il risultato delle primarie della sinistra francese. E invece a me sembra che il successo di Benoit Hamon su Manuel Valls sia un fatto significativo, su cui vale la pena di riflettere. Hamon è un socialista dissidente a sinistra, che propone il reddito di cittadinanza (come i grillini da noi) e il rifiuto delle politiche liberali (come Bersani o Nichi Vendola). Per i temi che ci interessano è un “islamo-goscista”, (http://www.lemondejuif.info/2017/01/malek-boutih-hamon-resonance-frange-islamo-gauchiste/), “il candidato dei Fratelli Musulmani” (http://www.lemondejuif.info/2017/01/ministre-pro-valls-benoit-hamon-candidat-freres-musulmans/), un fervido antisionista, “sostenitore da lungo tempo della causa palestinese e uno dei principali istigatori del riconoscimento francese dello stato di Palestina”, (http://www.lemondejuif.info/2017/01/france-lantisioniste-hamon-remporte-primaire-parti-socialiste/) - tutte definizione tratte da “Le monde juif”. Anche con un bel po’ di pelo sullo stomaco, visto che secondo “Le canard enchaîné” avrebbe spiegato che le sue iniziative antisraeliane gli sembrano “il miglior modo di ritrovare contatto col nostro elettorato delle periferie e dei quartieri”. Ha prevalso largamente su Manuel Valls, ex primo ministro, socialista sì, ma attento ai problemi della sicurezza e nemico esplicito dell’antisemitismo.

Intendiamoci: nei sondaggi Hamon viaggia intorno al 10% dei voti, intorno al quarto posto (dopo la Le Pen, il centrista Fillon, e anche dopo un fuoriuscito dal partito socialista, Emmanuel Macron). Salvo sorprese, che sono certamente possibili in una campagna elettorale che durerà fino ad aprile ed è già stata inquinata da scandali e denunce a effetto, non sarà eletto. Ma in fondo a gente come lui vincere e governare non importa e magari fa paura. Il suo commento alla vittoria è molto significativo e ideologico: “Questa sera la gauche ha risollevato la testa!”. (http://www.lastampa.it/2017/01/30/esteri/la-sinistra-francese-sceglie-hamon-lanti-hollande-in-corsa-per-leliseo-t2q7hAkThql8TvfPS6w6fK/pagina.html) E’ un riflesso identitario che punta a tornare ai bei tempi che furono, incluso il “Sol dell’avvenire”, l’”internazionalismo proletario”, il dirigismo in economia e quel tanto di antisemitismo più o meno strumentale che non guasta. In un paese come la Francia, che ha conservato nostalgie rivoluzionarie o almeno giacobine e un senso del tutto esagerato della propria grandeur, ma è profondamente segnato dall’immigrazione islamica e dal vecchio antisemitismo, può essere solo folklore.

Ma è un segnale importante. Perché questa scissione a sinistra dell’elettorato socialista è già avvenuta in Grecia con Syriza (vi ricordate, per una breve stagione sembrò il modello anche per la sinistra italiana, alle elezioni europee gli ultrasinistri si presentarono come “lista Tsipras”); in Spagna con “Podemos”, nome tristemente obamiano; e soprattutto in Gran Bretagna con la presa della direzione laborista da parte di Corbyn, con tutti gli scandali antisemiti che ne sono seguiti. Per non parlare del caso americano, con la lunga rincorsa presidenziale di Bernie Sanders.

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In un paio di situazioni molto periferiche (la Grecia e il Portogallo) gli ultrasinistri sono riusciti anche ad andare al governo, salvo dover constatare che le politiche per cui erano stati eletti non erano per nulla realizzabili, con la conseguenza di scissioni fra i “duri e puri” e i “pragmatici” (Grecia) o di delusioni montanti (Portogallo). In altri casi sono costati la sconfitta al centrosinistra in teoria maggioritario (le elezioni spagnole e il referendum italiano) o risultano perdenti a priori, come Hamon e Corbyn. In Italia abbiamo il caso strano dei grillini, che per certi versi sono estrema sinistra, per altri hanno una fisionomia di destra con ascendenti estremi. E però anch’essi, che pure hanno amministrato malissimo, continuano a pesare e a impedire quella maggioranza di centro-sinistra che sembrava delinearsi con Renzi. Tutto sommato, anche se la sconfitta del referendum è stata appoggiata dagli ultrasinistri puri, il ruolo funzionale che i cinque stelle svolgono è simile a quelli di Hamon, di Corbyn, di Sanders, con cui condividono molti temi.

Se guardiamo le cose in termini molto generali, facendo astrazioni dalle differenze fra i vari paesi, vediamo che ormai l’elettorato europeo è tripolare: al centro vi è quello che una volta in Italia si chiamava “arco costituzionale”, che mette insieme quelli che una volta erano i contrapposti socialisti e democristiani o popolari, spostati in realtà tutti verso sinistra almeno sul tema decisivo dell’immigrazione: è un gruppo potente che fatica anche sommando vecchie parti contrapposte a mantenere una maggioranza, ma è massicciamente sostenuti dai media, dagli apparati politici e giudiziari, dall’Unione Europea e da buona parte del mondo intellettuale. A destra vi è quel che viene chiamato “populismo”, ma è sostanzialmente il rifiuto dell’immigrazione e del tentativo della burocrazia europea di cancellare le identità nazionali. A sinistra vi è un altro populismo, che invece è per l’immigrazione e magari per l’internazionalismo anche europeo, ma non accetta il mercato, la necessità di quadrare i conti, la libertà economica e magari anche quella politica.

Fra “centrosinistra” e “sinistra-sinistra” vi è competizione, ma qualche volta anche collaborazione e competizione, perfino interpenetrazione. Gli apparati di comunicazione e di potere, soprattutto la Chiesa, oscillano fra questi due poli e sembrano sperare in una loro alleanza, che però sembra molto difficile. L’elettorato si sta spostando piuttosto verso la destra, che una volta era marginale e oggi invece ha ottenuto Trump e la Brexit, è arrivata in parità alle elezioni austriache, sembra poter vincere in Olanda e in Francia, sta crescendo moltissimo in Germania, domina nell’ex Europa dell’Est (e per quel che ci interessa, contro tutte le previsioni, ha stracciato la sinistra alle elezioni israeliane di due anni fa, nonostante l’intervento pesantissimo di Obama).

Questo è il quadro di cui ci parla la vittoria di Hamon: una polarizzazione crescente fra le due ali dello schieramento, che toglie peso e possibilità al centro, soprattutto dove esso si presenta come centrosinistra. Per quanto riguarda la nostra attenzione per Israele, è chiaro che gli ultrasinistri sono violentemente anti-Israele e che spesso il centrosinistra fa loro concorrenza su questa strada: è il caso dei socialdemocratici tedeschi e soprattutto di Hollande, che non ha neanche provato a ricandidarsi alle primarie della sinistra, per evitare l’umiliazione di una sconfitta umiliante. Ma anche le socialdemocrazie nordiche giocano spesso e volentieri la carta antisraeliana, che del resto è del tutto coerente con l’”accoglienza” dell’invasione islamica, su cui hanno investito le loro carte.

Nella maggior parte dei casi dunque (non necessariamente dappertutto, soprattutto in situazioni parzialmente anomale come quella italiana) la scelta logica di chi appoggia Israele oggi non può che essere per la destra – in certi casi molto tranquillamente, come in Olanda per Wilders; in altri casi con più riserve e difficoltà. E’ una nuova situazione, che spesso non è stata compresa dal mondo ebraico istituzionale, fermo alla partita della seconda guerra mondiale e della Resistenza, quando la sinistra difendeva gli ebrei (con molte riserve) e la destra estrema li attaccava fino al genocidio. Ma quel mondo è tramontato, ci sono oggettivamente nuovi schieramenti. Per capirlo basta vedere come si muove Trump, e in Italia lo schieramento filopalestinese e antisraeliano dell’Anpi. E’ un momento in cui chi appoggia Israele deve ragionare sui fatti e non farsi travolgere dai riflessi condizionati.

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