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Cartoline - Ugo Volli - Ugo Volli
Quel che amano è solo il fucile. Ecco perché la pace non è possibile 07/12/2016
Quel che amano è solo il fucile. Ecco perché la pace non è possibile
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

A destra: terroristi palestinesi con le armi in pugno

Cari amici,

volete leggere una bella poesia? Eccovela.

"Sparino la Dashka (mitragliatrice) e il cannone!
E tutto il mondo stia a sentire: Il palestinese non si piegherà mai se non al Signore dell'universo.
Eilabun [nel 1965] è stato il primo colpo [contro Israele] e Fatah ne ful’autore!
Giuriamo di liberare lo Stato dalle mani dei sionisti
Viva tutti gli uomini di Fatah!
Nessuno ci ha mai vinti!
Abbiamo oltrepassato i confini!
L'uomo di Fatah non prende le cose alla leggera!
Spara il mortaio e la mitragliatrice!
Spara, mortaio, spara !
Taglia a fettine il petto del nemico, affettarlo !
Sono un palestinese e voglio il mio diritto
Tutto il mio diritto !
La via più difficile è la nostra!
Pallottole, cantate per noi!
Il suono dei fucili ci dà gioia!
Fatah mi ha insegnato, grazie, Fatah!
Non ho altro amore che l'amore del fucile "!

Bella, eh? Direi poetica… oltre che pacifica e moderata, naturalmente. Ne è autrice e la esegue la Al-Asifa Band. Si chiama in maniera originalissima “Lunga vita agli uomini di Fatah”. Volete ascoltarla e vedere le leggiadre immagini del clip che l’accompagna? Accomodatevi qui, la musica vale la poesia: https://youtu.be/CdHsauhlRlo. E’ stata eseguita 11 volte fra il 29 novembre e il 4 dicembre. Vi chiedete il perché? Be’, forse non ve ne siete accorti, ma in quei giorni si è svolta la settima conferenza nazionale di Al Fatah, cioè il congresso di questo movimento.

In teoria si tratta di un momento davvero importante, perché l’organizzazione del palestinismo è di tipo sovietico. Lo stato, o quel che loro vorrebbero fosse lo stato, cioè l’Autorità Palestiese, è infatti guidato da “un movimento rivoluzionario”, l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), che disgraziatamente venticinque anni fa gli ultimi governi di sinistra accettarono di riconoscere come “unico rappresentante del popolo palestinese” (e sbagliarono, perché bisognava parlare con le tribù locali e non con i terroristi; se Rabin avesse fatto così, ci sarebbe forse una pace di cui oggi non si vede la possibilità). L’OLP, a sua volta, è una federazione di partiti, di cui il più grande è Fatah (il secondo è Hamas, emarginato per via del conflitto interno con l’Autorità Palestinese gli altri contano pochissimo). Dunque Fatah è l’azionista di maggioranza assoluta del palestinismo. E dato che il parlamento dell’Autorità Palestinese non si riunisce da otto anni (ed è scaduto da cinque), il congresso dell’OLP neppure (c’è stato di recente un comitato centrale, ma anche questo era un evento rarissimo), la conferenza di Fatah poteva essere un’occasione per prendere decisioni importanti. Così chiedevano gli stati arabi, i quali volevano che Abbas (presidente sia dell’Autorità Palestinese, che dell’Olp, che di Fatah) si scegliesse un erede, visto che non solo è scaduto da quasi 7 anni dalla sua carica istituzionale più importante (la presidenza dell’AP, che per legge ne dura 5 e lui è lì da 11 e passa), ma ha più di ottant’anni ed è in cattiva salute.

La conferenza si è svolta in perfetto stile sovietico (http://www.timesofisrael.com/wrong-from-the-start-why-john-kerry-failed-to-advance-israeli-palestinian-peace/, il che non sorprende, dato che il palestinismo laico è figlio dei servizi segreti orientali come quello religioso della Fratellanza Musulmana): duemila delegati, cioè una folla dove il singolo non conta niente (https://www.alaraby.co.uk/english/news/2016/11/30/abbas-to-address-sea-of-supporters-at-fatah-conference) scenografie real-socialiste, soprattutto la rielezione di Abbas, naturalmente per acclamazione e senza concorrenti, che ha aperto il congresso invece di concluderlo, come accade quando si vuole discutere davvero. Non è stato nominato l’erede, che Abbas teme lo possa emarginare e possa chiedere i conti dell’arricchimento spaventoso della sua famiglia (anche questa è una tradizione sovietica, basta pensare ai soldi della moglie di Arafat o al patrimonio personale di Castro, entrambi di molti miliardi di dollari). In cambio è avvenuta la scomunica definitiva del più accreditato concorrente, concorrente, cioè quel Dahlan, ex capo di Fatah a Gaza prima del colpo di stato di Hamas, che era stato espulso da Fatah qualche anno fa, si è rifugiato negli emirati per salvarsi la vita, facendo a quanto pare grandi affari col Montenegro, ed era appoggiato, sembra, dalla Lega Araba. E’ stato accusato di tutto, compreso a quanto pare “l’assassinio” di Arafat (http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=38523), che probabilmente è morto di AIDS ma il cui cadavere viene agitato contro i nemici più pressanti, Dahlan adesso, spesso Israele (http://www.jpost.com/printarticle.aspx?id=472518). Inutile dire che non vi sono prove, perché i medici sia francesi che russi, coinvolti qualche anno fa nell’”indagine” dell’AP, hanno escluso cause non naturali).

Immagine correlata
Abu Mazen

L’altro risultato della conferenza è stata l’elezione del pluriomicida Marwan Barghouti nell’organismo dirigente del partito (https://worldisraelnews.com/fatah-elects-convicted-mass-murderer-to-lead-party/): una mossa che fa comodo a Abbas, perché concentra l’attenzione su un personaggio molto popolare fra i quadri palestinisti, in quanto assassino, naturalmente; il quale però non può essere suo concorrente, perché è stato condannato dai tribunali israeliani a sette eragastioli per altrettanti omicidi da lui organizzati.

Dunque, immobilismo totale e anzi, chiusura a ogni dialogo con Israele, che certo non è favorevole a parlare con i terroristi. E' quel che ha rilevato Netanyahu: radicalizzando l’odio, Fatah allontana ogni possibile trattativa (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/221290), il che non è certo una buona scelta specialmente in vista del passaggio delle consegne della presidenza americana, quando si spera che al Dipartimento di Stato non sieda più un Kerry, che rifiuta di prendere in considerazione i fatti per buttare la colpa sempre su Israele (http://www.frontpagemag.com/point/265051/kerry-rants-blames-israel-lack-peace-daniel-greenfield#.WEXIlE7rFt8.facebook). Ma anche questo non fa meraviglia, perché i palestinisti non hanno mai perso un’occasione di perdere un’occasione, come diceva Abba Eban. E, se il congresso poteva essere il momento di cambiare per far ripartire almeno una ragionevole convivenza, hanno perso anche questa. Perché, come dice la canzoncina, quel che amano è il fucile, non la pace.

Immagine correlata
Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
www.jerusalemonline.com