martedi` 27 giugno 2017
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Novembre 2013


La rinascita della lingua ebraica
Interviste a Ghil'ad Zuckermann e Ugo Volli






La rinascita della lingua ebraica


L’ebraico: storia e significato nazionale

  • L’ebraico è tra le lingue più antiche ad oggi parlate ed usate per comunicazione quotidiana e come lingua letteraria e scientifica.
  • L’ebraico, dalla radice ‘-b/v-r che significa “attraversare”, è la lingua degli antichi ebrei, anche conosciuta come “lashon ha-kodesh” (lingua del sacro), poiché in ebraico è scritta la Bibbia.
  • L’ebraico ha attraversato varie fasi; cessato il suo uso come lingua parlata nel II secolo e.v., l’ebraico è stato rivitalizzato nella seconda metà del XIX secolo. Dopo un rapido sviluppo, l’ebraico è diventato lingua ufficiale dello Stato di Israele (assieme all’arabo).
  • I linguisti discutono sulla natura dell’ebraico, quale caso unico di rivitalizzazione di una lingua con diverse influenze che tracciano la storia ebraica e israeliana.
  • La fervente produzione letteraria e musicale in ebraico favorisce lo studio della lingua ebraica in tutto il mondo.
  • La rivitalizzazione dell’ebraico ha un profondo significato politico, rappresentando il risorgere della coscienza nazionale del popolo ebraico che ha ispirato l’impresa politica sionista.
Le fasi dell’ebraico

  • L’ebraico è una lingua semitica del gruppo cananeo appartenente alla famiglia delle lingue semitiche nordoccidentali.
  • L’ebraico biblico è il primo stadio della lingua ebraica, che data dal X secolo a.e.v. e attraversa tre periodi: l’ebraico biblico arcaico, in cui è stata scritta parte della Torah, l’ebraico biblico standard, in cui è stata scritta gran parte della Bibbia, e il tardo ebraico biblico, in cui sono stati scritti i Libri di Ezra e Neemia.
Una pagina del Talmud
  • Dopo l’esilio in Babilonia, l’ebraico e l’aramaico sono coesistiti come lingue scritte e letterarie. L’ebraico è sopravvissuto come lingua della Mishnah, il corpus della legge rabbinica; l’aramaico è sopravvissuto in alter parti del Talmud.
  • Dopo la conquista romana e la deportazione del popolo ebraico dalla Terra di Israele, l’ebraico è sopravvissuto per almeno due secoli come lingua parlata, cessando di essere utilizzata nella seconda metà del II secolo e.v.
  • Nel Medioevo l’ebraico è stato usato come lingua liturgica, rabbinica, scientifica e letteraria.
Solomon ibn Gabirol
  • Uato nelle preghiere, l’ebraico è rimasto la lingua del popolo ebraico in ambito religioso, per esser utilizzato anche nella composizione di trattati e responsa rabbinici.
 Yehuda ha-Levy
  • Un nuovo respiro della lingua ebraica si deve alle opere filosofiche e scientifiche medievali, che hanno introdotto nuovi concetti del pensiero Greco anche su traduzioni arabe, come nell’opera di Maimonide. Anche la poesia ebraica medievale, di sapore religioso, ha contribuito allo sviluppo della lingua ebraica, come nei componimenti di Solomon ibn Gabirol e Judah ha-Levy.
  • Il movimento della Haskalah (l’Illuminismo ebraico) ha creato le condizioni per la rivitalizzazione della lingua ebraica come lingua parlata.
La rivitalizzazione dell’ebraico: Eliezer Ben-Yehuda
 Eliezer Ben-Yehuda
  • Nel XIX secolo l’ebraico ha attraversato un processo di rivitalizzazione sulla spinta della rinascita della coscienza nazionale ebraica conosciuta prima come “shivat Zion” (ritorno a Sion) e poi come Sionismo. L’ebraico è stato progressivamente reintrodotto nella produzione letteraria, sia in prosa sia in poesia, e in quella politica, sia in giornalismo sia nei trattati.
  • Eliezer Ben-Yehuda ha svolto un ruolo primario nella rivitalizzazione dell’ebraico. La sua dedizione al progetto di rinnovamento della lingua ha portato alla riadozione dell’ebraico nella vita quotidiana, nelle scuole e come lingua ufficiale della comunità ebraica nell’Israele prestatale (Yishuv).
  • Eliezer Ben-Yehuda (nato Perlman) è nato nel 1858 a Luzhky nell’allora Governatorato di Vilna. Dopo gli studi a Parigi, Ben-Yehuda si è stabilito a Gerusalemme nel 1881, dove si è dedicato al rinnovamento e adattamento del lessico ebraico all’uso quotidiano della lingua.
  • Il suo progetto è stato aspramente osteggiato dalla comunità religiosa, che considerava l’uso dell’ebraico a fini secolari una dissacrazione, mentre in molti non davano valore al progetto di Ben-Yehuda trovandolo inattuabile.
 Ha-Yom, il primo quotidiano in lingua ebraica fondato nel 1886 a San Pietroburgo.
  • Alla fine del XIX secolo, la produzione letteraria in ebraico era già molto vasta, così come la stampa ebraica e la comunità di parlante ebraico, in particolare in Israele prestatale e nell’Europa dell’Est.
  “Ha-Zvi”, il giornale fondato e diretto da Ben-Yehuda
  • Ben-Yehuda è anche conosciuto per aver rinnovato il giornalismo in lingua ebraica. Ha fondato e diretto la testata “ha-Zvi”, che ha introdotto le tecniche del giornalismo moderno alla stampa ebraica.
Il bollettino della sezione ucraina del movimento sionista “Tarbut”
  • L’ebraico si è evoluto rapidamente come lingua d’insegnamento nelle scuole dell’Europa dell’Est fin dall’inizio del XX secolo. Il movimento sionista “Tarbut” aveva nel periodo tra le due guerre mondiali una rete scolastica di 300 istituti, in cui le materie erano insegnate in ebraico. La “Alliance Israelite Universelle”, presente principalmente nel Medio Oriente, ha introdotto l’ebraico come materia nei programmi scolastici delle scuole di lingua francese.
 Haim Nachman Bialik
 Shaul Tchernichovsky
  • Haim Nachman Bialik (1873-1934) e Shaul Tchernichovsky (1875-1943) sono considerati I primi grandi poeti in lingua ebraica. La loro poesia integra temi e forme propri della letteratura classica occidentale, rinnovando la poesia ebraica fino ad allora usata per componimenti poetici religiosi. Il loro lavoro comprende anche la traduzione dei classici greci, inglesi e russi.
 Abraham Mapu, il primo romanziere in ebraico
  • Abraham Mapu (1808-1867) è considerato il primo romanziere in ebraico. Ha pubblicato romanzi scritti in ebraico a metà del XIX secolo, ispirando Ben-Gurion al Sionismo.
  • La prima generazione di scrittori in ebraico ha scelto la lingua ebraica come lingua letteraria per convinzioni sioniste, mentre le loro lingue madri erano diverse lingue europee.
Il significato della rivitalizzazione dell’ebraico
 Eliezer Ben-Yehuda: “Due cose senza le quali gli ebrei non saranno un poipolo: la terra e la lingua”.
  • I linguisti dibattono sulla natura dell’ebraico moderno o israeliano: da alcuni è considerato una lingua semitica con influenze indoeuropee, mentre da altri è ritenuto una lingua ormai indoeuropea con lessico semitico. Ghil’ad Zuckermann sostiene che l’ebraico israeliano sia una lingua ibrida che si compone dell’ebraico classico e dello Yiddish, con influenze di altre lingue.
  • La rivitalizzazione dell’ebraico rappresenta l’importanza della lingua per una nazione, così come il volere e la capacità di un gruppo che aspira alla liberazione nazionale
La canzone "Eliezer Ben Yehuda", composta da Yaron London e canatata da Chava Alberstein
Yaron London, giornalista e scrittore
Chava Alberstein, cantautrice

http://www.youtube.com/watch?v=wsj4nKzIH68





Intervista a Ghil'ad Zuckermann


Intervista a Ghil’ad Zuckermann

Ghil’ad Zuckermann è professore ordinario di linguistica all’Università di Adelaide in Australia. Di famiglia fiorentino-triestina per parte di padre, che conta tra i propri avi il pittore Isidoro Gruenhut, Gh’ilad Zuckermann si è specializzato in lingue ebraiche, lingue in via di estinzione e nei processi di rivitalizzazione delle lingue morte.
Ghil’ad Zuckermann è autore di “Yisraelit Safa Yafa” [L’israeliano: una bella lingua], in cui espone una tesi non poco contestata secondo cui l’ebraico israeliano è una lingua “ibrida” che si compone dell’ebraico classico e moderno, dello yiddish e delle altre lingue madri di coloro che hanno fatto rivivere l’antica lingua ebraica.

Nella sua attività accademica ha dedicato gran parte dei suoi studi all’ebraico contemporaneo, che Lei chiama “israeliano”. La rivitalizzazione dell’ebraico è considerata una “rinascita”, dopo quasi duemila anni di “quiescenza” durante i quali l’ebraico era più che altro lingua liturgica e dottrinale. Qual è la sua tesi?
Dopo la caduta di Gerusalemme e la deportazione degli ebrei dalla Terra di Israele, l’ebraico continuò a essere parlato fino al secondo secolo e.v. Per i successivi 1700 anni, l’ebraico fu utilizzato a fini liturgici, come lingua sinagogale, a fini dottrinali, come lingua in cui si componevano trattati sulla legge, e anche come lingua letteraria, in particolare per quanto riguarda la poesia religiosa medievale e in epoca moderna. Tuttavia in questi 1700 anni, l’ebraico non fu mai parlato come lingua madre.

Nel libro “Viaggio alla fine del millennio” di A. B. Yehoshua, si racconta anche di due mercanti ebrei che parlano ebraico…
L’ebraico era utilizzato anche come lingua franca tra ebrei che parlavano lingue diverse. Si pensi per esempio a un mercante ebreo polacco che doveva fare affari con un mercante ebreo di Istanbul: comunicavano in ebraico, ma le loro lingue madri erano rispettivamente lo yiddish e il ladino, e di certo parlavano altre lingue come il russo, il polacco, il turco ottomano e il turco.

Quindi l’ebraico era una lingua morta?
Una lingua muore quando non c’è più nessuno che la parli come lingua madre, ossia che la apprenda da bambino e che comunichi in quella lingua spontaneamente senza apprendimento scolastico, assorbendone le strutture per via “naturale” e non grammaticale.
Dal III secolo in poi non c’è più stato nessuno che abbia appreso l’ebraico in famiglia come lingua madre, quindi l’ebraico era una lingua morta. L’ebraico è stato a lungo utilizzato come lingua dottrinale e letteraria e questo uso ha modificato la lingua ebraica classica che si parlava in Terra di Israele. Per questo si parla di un ebraico misnaico, ossia l’ebraico in cui è stata scritta la Mishnà, il primo corpus della legge orale redatto all’inizio del III secolo e.v. C’è anche un ebraico medievale, che è quello utilizzato per la letteratura e la trattatistica rabbinica. C’è un’intera letteratura ebraica medievale, che si compone in maggioranza di poesia dai temi religiosi.
L’ebraico, nei suoi vari stadi, è sempre stato utilizzato, ma mai come lingua madre. In questo senso si può fare un paragone con il latino, che in Europa serviva da lingua dottrinale, liturgica e da lingua franca, benché non fosse la lingua madre di una o più persone.

Quindi quando è ritornato a vivere l’ebraico?
L’ebraico ha ripreso vita nel 1886, quando all’età di quattro anni Itamar Ben-Yehuda incomincia a parlare in ebraico. Itamar Ben-Yehuda era figlio di Eliezer Ben-Yehuda, conosciuto per la sua impresa di rivitalizzare la lingua ebraica.
Eliezer Ben-Yehuda è nato in un villaggio dell’odierna Bielorussia, dove ha ricevuto un’educazione religiosa. Abbandonata la vita ortodossa, si trasferisce prima a Parigi e poi a Gerusalemme, dove vuole attuare il progetto di rivitalizzare l’ebraico. In casa di Ben-Yehuda si parlava solo ebraico e impediva a chiunque di comunicare col figlio in altre, che incomincia infatti a parlare molto tardi.

Ben-Yehuda era considerato da molti un pazzo.
Pochi condividevano la sua impresa; è solo con la fine del XIX secolo che l’idea di adottare l’ebraico come lingua della comunità ebraica in Palestina prende piede. Non solo era considerato un pazzo, ma i religiosi lo osteggiavano. Gli ortodossi vedevano nell’uso quotidiano dell’ebraico la dissacrazione di una lingua santa e hanno ostacolato in tutti i modi Ben-Yehuda.
Lo hanno persino denunciato per eresia, un crimine allora perseguito dagli ottomani che governavano la Palestina e fu addirittura in prigione a scontare la pena. Gli ortodossi hanno anche dissacrato la sua tomba con alcune scritte; informata di quanto accaduto, la figlia di Ben-Yehuda chiese “in che lingua hanno scritto?”, e apprendendo che la tomba era stata dissacrata in ebraico, esclamò “Ben-Yehuda ha vinto”.

Tuttavia Lei sostiene che l’ebraico allora rivitalizzato ancora non fosse l’ebraico israeliano.
Certo che no. I primi parlanti ebraico venivano dall’Europa principalmente e da altre parti del Medio Oriente, sulla spinta sionista di costituire un focolare nazionale ebraico in Palestina. Parlavano altre lingue madri, tra cui lo yiddish, il russo, il polacco, l’arabo, il persiano, il ladino, il turco, ma adottarono l’ebraico per attuare il progetto politico sionista.
Ora l’ebraico che loro parlavano e che utilizzavano anche nei componimenti letterari, si pensi alla prima poesia ebraica moderna di Tchernichovsky e Bialik, o ai molti altri scrittori fino ad Agnon, era un ebraico ancora vicino all’ebraico medievale, sia nelle strutture sia nel lessico. Tutta quella generazione ha appreso l’ebraico in maniera scolastica e lo ha adottato come lingua di comunicazione, lingua letteraria, lingua dottrinale, ma tutti parlavano altre lingue come lingue madri. È con la generazione successiva che nasce l’israeliano, che si differenzia radicalmente dall’ebraico.

E qui si giunge alla sua tesi: l’israeliano non è l’ebraico, come si usa pensare. Perché?
L’israeliano non può essere l’ebraico, perché l’ebraico, benché lingua che sia stata utilizzata nel corso dei secoli, per 1700 anni è stata una lingua morta, riportata alla vita da persone che parlavano altre lingue madri. Il processo di rivitalizzazione dell’ebraico ha inevitabilmente influenzato la lingua, e non solo nel lessico, bensì anche nelle strutture. Per questo insisto nel chiamarlo israeliano e non ebraico.

Ha appena detto che ci sono differenze lessicali e di struttura, come ad esempio?
Ci sono alcuni esempi che faccio sempre, perché li ritengo molto significativi. Un caso di differenza lessicale è il cambio di significato delle parole. Cito sempre l’episodio raccontato da Amos Oz in “Storia d’amore e di tenebra”, quando da bambino i genitori lo portavano ad ascoltare i discorsi di Begin a Gerusalemme. Begin utilizzava la parola ebraica “lezayen” con il significato biblico di armare, e diceva “gli americani armano gli arabi, tutti armano gli arabi, se fossi io primo ministro invece armerebbero noi”. Nell’ebraico israeliano “lezayen” significa “fottere”, e quindi il giovane Amos Oz scoppiò a ridere tra gli astanti rapiti dal fervore retorico di Begin, perché alle sue orecchie il discorso suonava come “gli americani fottono gli arabi, tutti fottono gli arabi, se fossi io primo ministro invece tutti fotterebbero noi”.
Ci sono anche parole inventate per colmare i divari lessicali formatisi dopo anni di disuso della lingua. È famoso il caso della scelta della parola ebraica per “pomodoro” che non c’era in ebraico biblico né medievale. Si era proposto “badura”, la versione ebraica dell’arabo “bandura”, e “agvanyah” la versione ebraica del tedesco “Liebesapfel”, che poi è prevalsa.
Ma le differenze più rilevanti sono di struttura. L’ordine delle parole, per esempio. Nell’ebraico biblico solitamente il verbo precede il soggetto, mentre nell’israeliano l’ordine delle parole nella frase è come soggetto-verbo.

E quali sono le cause?
La causa è l’influenza delle lingue madri di quanti hanno rivitalizzato l’ebraico, che per la maggior parte parlava yiddish come lingua madre. Lo yiddish, a mio avviso è una componente fondamentale dell’israeliano quanto l’ebraico. Lo si vede anche nella pronuncia: la “r” gutturale che tanto è tipica dell’israeliano non è altro che la tipica pronuncia yiddish. Così anche la perdita dei suoni gutturali come la “’ayin” o dell’aspirata dolce “hey”, che ancora sono mantenute dai parlanti ebraico che provengono dai Paesi arabi.

La sua tesi è dunque che l’israeliano sia un misto di yiddish ed ebraico?
Esistono varie teorie in linguistica. Ci sono autori che sostengono che l’ebraico contemporaneo sia una lingua semitica con una componente lessicale indoeuropea; altri sostengono il contrario che l’ebraico israeliano sia una lingua indoeuropea con la maggioranza di parole di origine semitica.
La mia tesi si distingue da queste. Io sostengo che l’israeliano sia un ibrido formatosi dalla commistione di due componenti egualmente primarie: l’ebraico e lo yiddish. È per questo che l’ebraico è un laboratorio unico e un caso di estremo interesse per i linguisti, perché è una lingua ibrida che muove dall’ebraico classico e medievale con una componente egualmente fondamentale dello yiddish. È naturale che sia così perché chi ha ricominciato a parlare ebraico in realtà pensava in yiddish. Si vede anche in alcuni modi di dire.
Chi impara l’ebraico apprende subito a salutare con “Shalom” e a chiedere come stai con “ma nishma’?”. “Ma nishma’” vuol dire letteralmente “cosa si sente” ed è la traduzione in ebraico dello yiddish “vos hert zich?”. Ci sono molti altri esempi che si possono fare, come per esempio espressioni che dall’ebraico biblico sono state tradotte in yiddish e poi ritradotte in israeliano.

Ripensando alla storia della lingua ebraica e alla storia del popolo ebraico, c’è già stato un simile processo di Diaspora e rivitalizzazione, con Babilonia. È un processo simile?
Non sono un esperto di quel periodo storico, ma posso dire che Bar Kochva parlava ebraico nel 135 e.v., quando l’ebraico era ridiventato la lingua degli ebrei dopo il ritorno dall’esilio in Babilonia. Prima di Bar Kochva, l’aramaico era più importante dell’ebraico, più usato nel quotidiano e anche nello scritto – ci sono tracce anche nella Bibbia.
Tuttavia, l’ebraico non era una lingua morta, perché dal 1300 a.e.v. fino al 135 e.v. l’ebraico è sempre stato parlato come lingua madre, anche se appunto la maggior parte del popolo parlava aramaico (compreso Gesù di Nazaret); successivamente, l’ebraico ha cessato di esistere come lingua viva, poiché nessuno l’ha imparato come lingua madre fino al 1886, quando Itamar Ben-Yehuda incomincia a parlare ebraico.

La sua tesi ha suscitato un dibattito molto acceso. In molti Le muovono critiche politiche, accusandoLa di esser un post-sionista o un anti-sionista per la Sua analisi linguistica. Come risponde?
Sono molti che mi criticano per il mio modello di “ibridità” dell’israeliano, e sbagliano credendo che sia antisionista.
Secondo queste critiche la mia tesi significherebbe che gli israeliani sono in un qualche modo stranieri; mi accusano di sottintendere che Israele non appartiene agli ebrei, che israeliani non appartengono a quella terra. Le critiche più violente si basano sull’interpretazione per cui la mia tesi nega la continuità ebraica. In realtà quello che io faccio è proprio l’opposto!
Chi nega la continuità pensa che si possano cancellare 1750 anni di Diaspora, durante i quali l’ebraico non è stato parlato come lingua madre. Secondo questa posizione, che ha un proprio concetto di “continuità ebraica”, noi dovremmo cancellare le lingue ebraiche della Diaspora – eliminare ladino, yiddish, giudeo-arabo e giudeo-persiano per parlare la lingua biblica in Israele come si parlava allora. Non è semplicemente possibile. La mia tesi si basa proprio sulla continuità ebraica tenendo conto delle influenze delle lingue ebraiche sull’ebraico israeliano rivitalizzato.

Quindi non si ritiene un anti-sionista?
Ciò che intento dire è che io non condivido la negazione della Diaspora, ma questo non significa in alcun modo che sia anti-sionista. Sostengo che si debba cambiare modo di insegnare la Bibbia, cioè insegnare l’ebraico biblico quasi come in Europa s’insegna il latino, proprio perché secondo me l’ebraico biblico e l’ebraico israeliano sono due lingue diverse. I miei critici dicono che questa posizione è anti-sionista perché non condivido l’idea che oggi si parli l’ebraico della Bibbia. Ma se fossi veramente anti-sionista direi che non bisognerebbe insegnare affatto la Bibbia!
Pensare che Shlomo Sand mi ha criticato proprio per questo, dicendomi che la Bibbia non andrebbe insegnata e accusandomi di nazionalismo. Ho critiche feroci e minacce da estremisti di destra e sinistra. A destra mi dicono che sono un anti-sionista, anche perché vivo all’estero; a sinistra mi dicono che sono un nazionalista perché parlo di “lingua israeliana” e questo escluderebbe gli arabi.
Io non faccio ricerca linguistica con un’agenda politica, e il polverone di critiche mi ha intristito perché dimostra che la sensibilità su certi temi è talmente profonda che non si può nemmeno fare un’analisi linguistica senza esser accusati di qualcosa.

La boicottano?
Certo, ed è molto strano perché in Australia e in Inghilterra io sono un attivista contro il boicottaggio! Il professor Dan Avnon, dell’Università Ebraica di Gerusalemme è stato boicottato a Sydney e io l’ho invitato a una conferenza nella mia università che organizzato a febbraio. Sono fermamente contro il boicottaggio e contro chi fa boicottaggio. Anche l’Accademia della Lingua Ebraica mi boicotta, ma questo non cambia la mia opinione che il boicottaggio di Israele sia sbagliato.

In un’intervista in un programma tv della Nuova Zelanda ha spiegato il significato della rivitalizzazione dell’ebraico, da cui Lei trae ispirazione per rivitalizzare le lingue morte degli aborigeni in Australia.
Credo che l’ebraico dimostri come sia è possibile resuscitare una lingua; ma io sono fermamente convinto che è impossibile resuscitarla senza ibridizzazione, cioè senza che la lingua originaria sia influenzata dalle lingue madri di chi la fa resuscitare. Nel caso dell’israeliano l’unicità consiste nel fatto che sia lo yiddish sia ebraico sono contributori primari ed eguali dell’israeliano, mentre le altre lingue hanno avuto influenze, pur meno importanti. Nel mio lavoro uso elementi della risuscitazione dell’ebraico israeliano e li applico alle lingue aborigene.
Io sono a favore della risuscitazione, e nei miei studi ho analizzato quali elementi della lingua possono essere resuscitati e quali no. Per esempio so che gli elementi fonetici non possono esser resuscitati, ed è chiaro dall’israeliano che ha intonazione e pronuncia pienamente yiddish. La lingua riflette l’identità, che muta nel tempo, segue la storia, avanza con le migrazioni. È per questo che la mia teoria ha creato ostilità. Ma bisogna affermare la verità, cioè che la lingua non può essere pura come i puristi credono che debba essere in virtù dell’ideale sionista. Per me lo stesso ebreo è ibrido. Si prendano gli esempi di un ebreo italiano, un polacco e un yemenita: l’ibridità è propria della cultura ebraica, che in anni di Diaspora ha assunto tratti culturali e sociali tipici dei posti in cui le comunità hanno vissuto per così tanto tempo. Tutto questo si riflette anche nella lingua.





Intervista a Ugo Volli


Per un errore è stata pubblicata la prima versione dell'intervista con Ugo Volli, e non la definitiva. Ce ne scusiamo con Ugo Volli e con i lettori. Ecco il testo:

Intervista a Ugo Volli


Professore di semiotica del testo e filosofia della comunicazione all’Università di Torino, collaboratore di Informazione Corretta.

La rivitalizzazione dell’ebraico è stata intrapresa da Eliezer Ben-Yehudah. Che ruolo svolge la sua figura?
Di Eliezer Ben-Yehuda si sa poco; è triste che si abbia poca cura della sua figura: ci sono strade intitolate a lui in ogni città israeliana, ma non c’è un museo su di lui. La sua casa, donata alla municipalità di Gerusalemme, è oggi sede di un’associazione germanica per la pace.
Ben-Yehuda nasce nel 1858, due anni prima di Herzl ed era coetaneo di Zamenhof, l’inventore della lingua internazionale esperanto. Nacque a Luzhky nell’allora governatorato di Vilna, oggi in Bielorussia, in una famiglia chassidica della corrente Lubavitch. I genitori lo fecero studiare in una yeshiva, un’accademia talmudica, dalla quale fu cacciato all’età di 12 anni perché scoperto a leggere testi profani in ebraico – stava leggendo la traduzione ebraica de “I viaggi di Gulliver”, che già dimostra come l’ebraico stesse rinascendo come lingua non esclusivamente religiosa.
Ben-Yehuda non ha dunque “inventato” l’ebraico moderno. L’ebraico non ha mai avuto alcuna rottura di continuità, ha bensì attraversato un progressivo processo di riuso, è stato una lingua colta ma continuamente utilizzata come anche il latino fino al ‘700: era la lingua di comunicazione fra ebrei di diverse regioni, utilizzata anche dai mercanti, e soprattutto era lingua liturgica e anche di saggi dottrinali.
A vent’anni va a Parigi, dove diventa un sionista ante litteram, ispirandosi alla rivolta bulgara per l’indipendenza politica, e convincendosi anche che la rinascita politica del popolo ebraico deve passare per l’affermazione di una lingua nazionale. Si trasferisce a Gerusalemme nel 1881, dove lavora come insegnante, ma fonda anche un settimanale, “Tzvi”, che usa per le sue battaglie sioniste scrivendolo quasi da solo: è il primo giornale in lingua ebraica della storia. Porta avanti anche così la questione della lingua ebraica, ottenendo che fosse insegnata nelle scuole di allora. Trova i propri alleati nella lotta per l’affermazione dell’ebraico nei coloni della prima aliyah degli anni ’90 del XIX secolo.
Il lavoro linguistico di Ben-Yehuda è centrato sull'ampiamento lessicale, traendo i vocaboli che mancavano all'ebraico classico dai testi ebraici medievali e dall’arabo, scartando le lingue indoeuropee. Il suo lavoro è ostacolato dagli ortodossi, che lo denunciano alle autorità ottomane: processato su denuncia del rabbinato per sedizione delle autorità pubbliche, è condannato e passa un anno in prigione. Alla moglie addirittura rifiutano la sepoltura, perché su di lui gravava una scomunica – come quella emessa contro Spinoza.

La rivitalizzazione dell’ebraico era un’impresa osteggiata o derisa.
La lingua ebraica si afferma come vocazione politica al progetto di indipendenza nazionale del popolo ebraico, scatenando non poche polemiche. Rothschild non la vuole e nemmeno gli ortodossi, mentre chi la appoggiava erano i “coloni” che venivano dall’Europa. La battaglia di Ben Yehuda ha come obiettivo fare dell’ebraico la lingua materna degli ebrei, quella d'uso quotidiano, politico e scientifico. Non tutti erano d’accordo; si pensi che quando fu fondato il Technion di Haifa con fondi tedeschi, si progettava di fare del tedesco la lingua di insegnamento: Ben Yehuda organizzò manifestazioni e si adoperò perché ciò non avvenisse.
La questione era di trasformare una lingua intellettuale e liturgica in una lingua viva. Così Ben-Yehuda impose l’ebraico come unica lingua che si potesse parlare in casa, a partire dalla sua famiglia, dove proibì ogni altro idioma. L'operazione ebbe successo e si realizzò in soli 20 anni: nel 1910 c’era già un nucleo consistente di famiglie “ebraofone” e anche una struttura scolastica dove l'insegnamento si svolgeva tutto in ebraico.

L’impresa di Ben-Yehuda ha una natura politica, ma la sua figura non è ricordata come tale.
Quello che interessava a Ben-Yehuda è che in Israele si parlasse ebraico. Ben-Yehuda è una sorta di primo Herzl, dall'inizio ha lottato per dare uno stato al popolo ebraico ma non assunse mai quel peso politico – perfino Herzl pensava al tedesco come possibile lingua nazionale per lo “Stato degli ebrei”.
Ben-Yehuda fece una guerra feroce allo yiddish perché lo vedeva come il marchio della diaspora e dell’emarginazione. La sua attività è espressione della decisione di creare un popolo ebraico opposto a quello della diaspora e del ghetto.

La rinascita dell’ebraico è un’azione di per sé politica.
Far rinascere l’ebraico come lingua parlata ha una funzione assolutamente politica. Ben-Yehuda non è un linguista: è un giornalista. La conoscenza dell’ebraico gli viene dalla formazione religiosa nella yeshivah. Il suo vero grande capolavoro è il rinnovamento lessicale: l’ebraico da lingua povera si arricchisce di un lessico che si costruisce pian piano con una ricerca paziente.
Ben-Yehuda non era come Zamenhof, che voleva inventare una nuova lingua, razionale e universale: Ben-Yehuda vuole far rivivere l’ebraico con scelte linguistiche particolari, che assumano la tradizione e la adattino al mondo contemporaneo. Di qui anche una grande mole di proposte lessicali nuove, non tutte di successo. Un esempio molto noto il caso del pomodoro, per cui Ben Yehuda cercò di imporre un nome (“badura.”) da lui inventato, diverso da quello che si impose (“Agvania.” )
Il risultato è che già a inizio ‘900 c’è una letteratura contemporanea in ebraico; il poeta Bialik ne è un esempio. Gershom Sholem scrive che quando si recò a Gerusalemme negli anni ’20 del ‘900, aveva già rapporti con intellettuali e scrittori perché parlava ebraico – un segno di forte sionismo.

Come ha influito sull'ebraico Ben Yehuda, oltre al lessico?
Tra le scelte linguistiche da notare, c’è la questione fonetica: Ben-Yehuda sceglie la pronuncia sefardita a quella ashkenazita. Gli ashkenaziti dicevano, e nella liturgia dicono ancora, “Yisroel” invece di “Yisrael”, “shabes” invece di “shabath”. Ben-Yehuda voleva i suoni sefarditi proprio per allontanarsi dallo yiddish e riacquisire l’autenticità ebraica.

Benché molti suoni antichi si siano persi…
È una cosa normale. Se si considera come si è evoluta la pronuncia inglese, si vede che al tempo di Shakespeare era diversa, ci sono state delle modifiche molto forti. Alcuni suoni sono caduti, altri si sono trasformati, e per questo il divario tra pronuncia e scrittura è così ampio in inglese.
I suoni dell’ebraico antico sono difficili da ricostruire, non si sa come fossero pronunciati. Per esempio la lettera ‘ayin, che non è più pronunciata in ebraico, in Italia era trascritta con “gn”, e le parole ebraiche che la contenevano sono ancora pronunciate in modo particolare sia nel dialetto ebraico romanesco o ebraico veneziano.

Quindi secondo Lei c’è una continuità tra l’ebraico biblico e quello contemporaneo.
L’ebraico moderno ha un rapporto di continuità mai interrotto con l’ebraico antico, certo attraversando diverse fasi. L’ebraico antico, quello utilizzato in certi libri biblici, l’ebraico misnaico e quello rabbinico hanno preceduto l’ebraico moderno che è l’ultima fase di un processo che con Ben-Yehuda diventa parte dell’impresa sionista.
Con lo Yishuv, la struttura istituzionale ebraica durante il Mandato Britannico, c’è un’evoluzione molto rapida dell’ebraico, con un uso diffusissimo delle sigle. È importante anche il fenomeno di “radicalizzazione”: una parola “straniera” o le lettere delle sigle diventano poi radici ebraiche usate nelle strutture di costruzione delle parole tipiche della lingua. È un’esplosione letteraria e lessicale.

Si dice che molte parole nuove, prima dello slang e poi di uso comune hanno origine nell’esercito.
Sì ma c’è anche il mondo giovanile. L’ebraico contemporaneo ha un linguaggio in forte trasformazione anche tecnicamente complessa.
Una tendenza interessante è la trasformazione dell’aspetto letterale delle radici: stanno venendo fuori molte parole con radici di due lettere, delle crasi, che è facile produca un forte cambiamento da adesso in futuro.
La nascita di nuove parole può avere degli aspetti di europeizzazione per la vicinanza culturale della società israeliana a quella occidentale. In generale, il fenomeno di rinascita dell'ebraico è un fenomeno strano e unico. Non vi sono altri esempi di lingue ritrovate che manifestino una tele vitalità e brillantezza.

Ci sono altri motivi oltre a quello politico per l’affermazione dell’ebraico?
Con la prima e la seconda aliyah sono andate in Israele poche decine di migliaia di persone, che costituivano un gruppo molto determinato al cambiamento. Sono queste persone che ha fissato le condizioni per l’ingresso degli altri, inventando lo Yishuv, scegliendo l’agricoltura, istituendo le scuole, creando un folklore israeliano. A un certo punto è stata fatta una scelta socialista distinguendosi dalla popolazione religiosa che abitava in Israele. Israele è stata fatta da loro, con forme di organizzazione sociale, politica ed economica molto diverse da quello Herzl aveva in mente. In “Altneuland”, Herzl si immagina come sarà Israele, ma quanto si afferma poi sarà molto diverso.
La generazione che ha creato Israele ha deciso di fare dell’ebraico un orgoglioso simbolo dell’indipendenza nazionale, evitando di parlare nelle lingue originarie della Diaspora. Questa scelta è un gesto politico, come la bandiera, come l’inno, e per questo è unico nella storia. Se si pensa all’Armenia per esempio, la cui sorte è simile in molti aspetti al popolo ebraico, la lingua armena originaria e la lingua armena della diaspora non sono state unificate. Nel mondo ebraico, anche per colpa della Shoà, la lingua ebraica ha quasi completamente soppiantato i vernacoli misti che erano usati dappertutto fino all'inizio del Novecento, come lo Yddish in Polonia e Russia. Nel corso delle diaspore si sono create varie lingue giudaiche. In Italia c’è un giudeo romanesco, piemontese ebraico, giudeo-veneziano e c’è il ladino, il giudeo-spagnolo, parlato in tutto il mediterraneo, ci sono dialetti orientali come il giudeo-iracheno o il giudeo-persiano che dimostrano la forte disponibilità a confrontarsi e ad assumere tratti culturali e di pensiero dall’ambiente circostante che poi però non incide sul cuore pulsante dell'identità collettiva che è l’ebraico vero, in cui si prega e che per secoli hanno scritto e parlato solo gli intellettuali. Il fatto che l'ebraico abbia prevalso anche per la lingua quotidiana, superando una divisione millenaria fra lingua intellettuale e lingua della vita, è significativo della capacità che lo stato di Israele ha avuto di diventare la parte preponderante del mondo ebraico, è il segno che il progetto sionista di creare un ebreo nuovo ha vinto.

È interessante il fenomeno di produzione letteraria di una lingua rinata da 100 anni.
Io contesto l’idea che l’ebraico sia rinato da 100 anni. È più simile il linguaggio della Bibbia a quello di Yehoshuah rispetto al linguaggio di Dante al nostro, proprio dal punto di vista della struttura semantica, della macchina che produce senso dentro al linguaggio. I bambini israeliani leggono molto facilmente la Torah, mentre un canto del Paradiso è difficile da capire. Non esiste un ebraico moderno, c’è l’ebraico che ha stadi diversi.
Anche sul piano letterario, c’è stata sempre una letteratura ebraica interessante, in particolare la poesia sinagogale che continua nel corso dei secoli. C’è una continua produzione letteraria che è dovuta al grande ruolo dell’intellettuale nella sociologia ebraica. Chi studia, scrive, parla, inventa è una figura rispettata. A questo si aggiunge la capacità di raccontare: il Talmud è una macchina da aneddoti; l’invenzione letteraria continua in tutti i grandi libri. In generale la dimensione narrativa è sviluppata nell’ebraismo e pone le premesse di questa ricchezza letteraria.

La quiescenza dell’ebraico è già esistita con l’esilio in Babilonia, e l’ebraico è resistito. È parte dell’essenza dell’identità ebraica?
I profeti scrivono in ebraico prima, durante e dopo l'esilio. Nella Bibbia si racconta che quando, al rientro dall'esilio babilonese, Ezra prende la Torah per leggerla al popolo, ogni frase che legge viene resa comprensibile dai leviti: questo passo è interpretato nel senso che i leviti traducono l'ebraico biblico nell'aramaico che era parlato da quegli esuli. La traduzione si può fare, a patto che non soppianti l'originale e non si confonda con esso. Nonostante episodi come la traduzione greca del Settsanta, la Torah per gli ebrei resta in ebraico. E' un attaccamento alla lingua che in quel momento non aveva caratteri nazionali, ma piuttosto religiosi. Per questa ragione i rabbini si riferiscono all’ebraico con l’espressione “lashon ha-kodesh”, la lingua del sacro. C’è nel Talmud un’opinione secondo cui gli angeli non ascoltano le preghiere se non in ebraico. L’ebraico è cuore di un’identità molto complessa ancora oggi, che è difficile tradurre in termini moderni: è allo stesso tempo nazionale e religiosa: è nazionale nella misura in cui è legata al sacro e al divino. Il discorso sulla lingua è sintomatico, l’ebraico è stato conservato per millenni conservato come identità collettiva e accesso all’interlocuzione col divino, oggi rivive come rinasce l'identità politica del popolo ebraico. Rientra nella storia la lingua perché vi rientra il popolo.





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